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martedì 9 giugno 2009
Yahoo Answers
Con più di 90 milioni di utenti in tutto il mondo, Yahoo! Answers è la più grande community di condivisione di conoscenza sul Web. Answers è una comunità dove puoi fare domande e ottenere risposte vere da persone fisiche. È divertente ed istruttivo perché puoi inviare domande su qualunque argomento, da quello serio a quello frivolo. Inoltre, puoi fornire il tuo aiuto agli altri utenti rispondendo alle loro domande. Il gioco sta nel condividere ciò che sai e ciò che vuoi sapere. Pertanto non tenerti per te le domande, rispondendoti da solo... entra e inizia a condividere le informazioni!
domenica 29 marzo 2009
Focus sul modello della tripla elica

Il modello della tripla elica (triple helix) è basato sulla stretta cooperazione tra tre enti di tipo diverso, i tre pilastri della prosperità di un paese:
-università
-imprese
-Stato
Il funzionamento del modello avviene a partire dallo Stato, che dovrebbe ricoprire il ruolo di mediator, e influenzare la cooperazione e le sinergie tra università (o enti di ricerca) e imprese, e tra le imprese stesse. La ricerca va incentivata, vanno destinati fondi sempre maggiori allo sviluppo di tecnologie, e all'incremento e diffusione del know-how ossia della conoscenza. Per fare questo ci vuole l'intervento statale, un intervento mirato e attivo. Cosa che purtroppo manca in Italia. Addentrandoci nel modello scopriamo che il vero know-how viene generato dalla collaborazione delle imprese con le università, in un'ottica di interscambio. Le università creano conoscenza, che deve essere trasferita alle imprese (per non finire quindi inutilizzata). Le imprese a loro volta dovrebbero remunerare la ricerca; preferisco parlare in termini di interscambio di conoscenza. Per cui le imprese a loro volta devono essere attive nella ricerca, cooperare piuttosto che incentivare. Quindi avviene un vero e proprio scambio di risorse e di conoscenza. Questo processo viene soltanto indotto dallo Stato. Maggiore è l'incentivo dato alle imprese e alle università, maggiore sarà l'output totale. La vera forza degli Stati Uniti è il buon funzionamento di questo modello. In Italia manca questo tessuto culturale, si spera soltanto che cambi qualcosa in un futuro a noi vicino
Tripla elica
Negli Stati Uniti il modello della Tripla Elica ha generato un incremento impressionante nella produttività del sistema della “Ricerca Applicata”, con ricadute interessanti nel mondo dell’industria e dei servizi e relativi positivi risvolti occupazionali.Ecco l'esempio di una esperienza eccellente:Guven Yalcintas è il Vice Presidente del Technology Transfer Office della State University di New York. L’ente si occupa della “mediazione” tra Imprese, Università e Stato: fa parte di una fondazione indipendente che mantiene la “dovuta distanza” tra i tre elementi che compongono l’elica. Un simpatico cinquantenne, con aria da neo-pensionato in vacanza a Torino, si rivela il responsabile di una “macchina” con un budget annuale da 800 milioni di dollari totalmente dedicato alla ricerca, che sforna per l’industria 450 brevetti l’anno.L’inizio di questa avventura -alla fine degli anni ottanta- è stato pionieristico, quando questo “ex professore universitario” era in cerca di 200 mila dollari per “mettere in piedi” un Technology Transfer Office. Banche, Assicurazioni, Fondazioni, Privati, ecco dove andare a cercare questa “imponente” cifra: non avrebbe mai pensato di arrivare quindici anni dopo a moltiplicare per 4000 volte il budget “sognato”.
Il concetto di Technology Transfer in Italia è poco applicato proprio perché è spesso difficile “far parlare” le imprese ed il mondo dell’Università anche a causa delle dimensioni ridotte delle nostre aziende: la correlazione tra progetti svolti e risultati ottenuti spesso non è immediata o così strettamente controllata come negli USA dove la selezione dei progetti da finanziare è estremamente attenta e porta matematicamente alla generazione di brevetti e nuovo Know-how .
Il concetto di Technology Transfer in Italia è poco applicato proprio perché è spesso difficile “far parlare” le imprese ed il mondo dell’Università anche a causa delle dimensioni ridotte delle nostre aziende: la correlazione tra progetti svolti e risultati ottenuti spesso non è immediata o così strettamente controllata come negli USA dove la selezione dei progetti da finanziare è estremamente attenta e porta matematicamente alla generazione di brevetti e nuovo Know-how .
giovedì 26 febbraio 2009
Obama in azione
Entro l'agosto 2010, tutte le unità da combattimento americane andranno via dalla Mesopotamia. «Ne parlerà in dettaglio — ha detto Biden —, penso che il pubblico americano capirà esattamente cosa stiamo facendo e ne sarà soddisfatto». Durerà quindi 19 e non 16 mesi, come Obama aveva promesso in campagna elettorale, il processo di ritiro. Una piccola concessione alle richieste dei comandanti militari, preoccupati di consolidare i successi degli ultimi mesi e rafforzare le istituzioni politiche locali, che nulla toglie però al rispetto dell'impegno di fondo, che è stato la cifra della sua candidatura e una delle ragioni del suo successo. Dopo sei anni di guerra e oltre 4.200 soldati caduti, il nuovo capo della Casa Bianca chiude il capitolo più pericoloso dell'avventura irachena. Ma, come anticipato, la decisione non mette fine alla presenza americana in Iraq: decine di migliaia di soldati rimarranno nel Paese, per addestrare le forze irachene, vegliare sulle installazioni Usa, dare la caccia alle cellule terroristiche.
Io mi chiedo se questa gestione avrà successo, in relazione all'alto grado di penetrazione delle cellule terroristiche in medio oriente. Senz'altro sarà difficile un futuro prosperoso in Iraq, con le organizzazioni terroristiche sempre pronte all'attacco e alla penetrazione in territori poco difesi. L'Iraq è un paese con una storia formidabili ma ne dopo Saddam non si è creato nulla di così forte al momento, noi non sappiamo quasi niente sulle condizioni politiche di questo paese, e sinceramente sono scettico su una propria autosufficienza. Si spera che gli Stati Uniti facciano abbastanza. Certamente abbandonare la guerra significa avere meno costi in termini di vittime tra i propri soldati sia in termini economici. Si dovrà poi vedere il futuro iracheno, in termini di benessere e di sicurezza della popolazione, che difficilmente si farà assoggettare a regimi dittatoriali ma che sarà abbastanza debole davanti ai big del terrorismo
Io mi chiedo se questa gestione avrà successo, in relazione all'alto grado di penetrazione delle cellule terroristiche in medio oriente. Senz'altro sarà difficile un futuro prosperoso in Iraq, con le organizzazioni terroristiche sempre pronte all'attacco e alla penetrazione in territori poco difesi. L'Iraq è un paese con una storia formidabili ma ne dopo Saddam non si è creato nulla di così forte al momento, noi non sappiamo quasi niente sulle condizioni politiche di questo paese, e sinceramente sono scettico su una propria autosufficienza. Si spera che gli Stati Uniti facciano abbastanza. Certamente abbandonare la guerra significa avere meno costi in termini di vittime tra i propri soldati sia in termini economici. Si dovrà poi vedere il futuro iracheno, in termini di benessere e di sicurezza della popolazione, che difficilmente si farà assoggettare a regimi dittatoriali ma che sarà abbastanza debole davanti ai big del terrorismo
martedì 24 febbraio 2009
Businesswomen arabe

Le aziende arabe che vantano la presenza di consiglieri donne nei consigli di amministrazione, realizzano utili superiori a quelli dei competitori che «ripudiano» le quote rosa nel cda. A rilevarlo è un'indagine dell'anno scorso condotta da Hawkamah, Istituto for Corporate Governance. In base ai riscontri ottenuti, le vendite realizzate dalle aziende con più di tre donne consigliere sono superiori del 42% rispetto ai risultati conseguiti delle aziende amministrate da solo da gentlemen. Quando le aziende sono quotate in borsa, il cda in rosa consolida mediamente un ritorno sul valore delle azioni del 53%. Nonostante le potenzialità e il valore aggiunto della donne nei cda delle aziende arabe, il numero delle donne top manager e di quelle presenti nei consigli d'amministrazione rimangono ancora bassi. Nei paesi del Golfo, su 4.254 consiglieri sono solo 63 i posti riservati alle donne. Con lo 0,1% , l'Arabia Saudita è il Paese arabo con il tasso di rappresentazione rosa nel cda più basso in medio oriente. Con rispettivamente il 2,7% e il 2,3 % il Kuwait e l'Oman sono i paesi dove le donne consigliere sono più rappresentate. In Kuwait invece, ci sono 30 donne su 1,101, mentre in Oman 21 su 905. Seguono Dubai con l'1,2%, il Bahrain con l'1% e il Qatar con l'0.3%. Negli Stati Uniti la rappresentanza rosa nei board è del 13,6%, in Norvegia è del 22%.
Nel mondo professionale e imprenditoriale femminile arabo si stanno sviluppando nuove dinamiche e trend molto interessanti. Innanzitutto ci sono due tipi di business woman. La prima è rappresentata dalle titolari di capitale accumulato senza lavorare ( le tipiche casalinghe saudite pagate per stare a casa o per viaggiare) o per ricchezza ereditata. E' un tipo di investitrice sofisticata che capitalizza la sua ricchezza soprattutto con la compravendita di azioni o di immobili. Non a caso, l'anno scorso, 18 milioni di azioni del Nasdaq Dubai sono state comprate e vendute da investitrici donne. L'altro tipo di manager araba è colei che lancia un nuovo business oppure si siede nel consiglio di amministrazione di un grosso gruppo in seguito all' acquisizione di una rilevante quota del pacchetto azionario. In altre parole, quando la business woman araba si trova dei filtri o delle barriere che la tengono fuori dal management, invece di entrare nel cda attraverso il merito, si conquista un posto da consigliera tramite l'acquisto delle azioni. Le donne arabe dispongono di grandi asset, soprattutto capitali liquidi. Negli Emirati, le donne controllano ricchezze che valgono 245 miliardi di dollari e che diventeranno 385 nel 2011. Le più ricche sono le saudite con 11 miliardi di dollari. Il 30% dei conti correnti del regno saudita sono intestati alle signore.
Contrariamente ai pregiudizi sulle condizioni economiche delle donne musulmane, lo statuto islamico sull'eredità avvantaggia più il portafoglio delle mogli e delle figlie rispetto a quello degli uomini. Il guadagno facile conseguito dai patrimoni ereditati dai parenti, quelli ottenuti grazie alle doti matrimoniali o alla buona uscita dei divorzi non deve far svalutare la capacità imprenditoriali delle donne arabe. L'anno scorso, uno studio di Barclays (Barclays Wealth Survay) ha rilevato come le donne arabe siano le più pratiche al mondo nella gestione di fondi di investimento e le più confidenti negli investimenti immobiliari e nella pianificazione pensionistica. All'università Americana di Beirut, negli anni ottanta, solo il 15% degli studenti in materie finanziarie erano donne. Oggi sono la metà. Secondo la ricerca intitolata "Women Business Owners in the UAE ( Le imprenditrici proprietarie negli Emirati) promossa dall'International Finance Corporation, la maggior parte delle imprenditrici negli Emirati Arabi hanno lanciato i loro business (come saloni di bellezze, agenzie per l'organizzazione di feste matrimoniali, e studi di interior design), senza richiedere prestiti bancari ma investendo i loro risparmi. Alla fine, nei paesi più conservatori, gli investitori più audaci sono le donne.
lunedì 16 febbraio 2009
Obama e la ricerca
"Ritengo che faremo presto qualcosa su questo. Il presudente sta valutando su questo fatto proprio ora", ha detto a "Fox News Sunday" il consigliere di Obama David Axelrod.
Nel 2001 Bush impose una limitazione dei finanziamenti federali alla sola ricerca sulle cellule staminali degli embrioni umani già esistenti. Si era trattato di una decisione per accontentare i suoi sostenitori cristiani conservatori che ritengono che la ricerca sulle cellule staminali embrionali distrugga delle vite potenziali, perché le cellule devono essere estratte da degli embrioni umani.
Le cellule staminali embrionali sono le cellule umane di base che possono trasformarsi in qualunque tipo di cellule del corpo.
Gli scienziati ritengono che la ricerca potrebbe produrre delle terapie per una varietà di malattie, fra le quali il morbo di Parkinson, il diabete, disturbi di cuore e lesioni spinali.
Obama si è impegnato in campagna elettorale di togliere il divieto imposto da Bush e nel suo discorso inaugurale del mese scorso ha promesso che avrebbe fatto tornare la scienza al posto che le compete negli Stati Uniti.
Nel 2001 Bush impose una limitazione dei finanziamenti federali alla sola ricerca sulle cellule staminali degli embrioni umani già esistenti. Si era trattato di una decisione per accontentare i suoi sostenitori cristiani conservatori che ritengono che la ricerca sulle cellule staminali embrionali distrugga delle vite potenziali, perché le cellule devono essere estratte da degli embrioni umani.
Le cellule staminali embrionali sono le cellule umane di base che possono trasformarsi in qualunque tipo di cellule del corpo.
Gli scienziati ritengono che la ricerca potrebbe produrre delle terapie per una varietà di malattie, fra le quali il morbo di Parkinson, il diabete, disturbi di cuore e lesioni spinali.
Obama si è impegnato in campagna elettorale di togliere il divieto imposto da Bush e nel suo discorso inaugurale del mese scorso ha promesso che avrebbe fatto tornare la scienza al posto che le compete negli Stati Uniti.
giovedì 8 gennaio 2009
Aziende più antiche al mondo: sei su dieci sono italiane
La classifica di Family Business: prima una locanda giapponese del 718, la Houshi Onsen.
MILANO - C'è un campo in cui le imprese italiane eccellono nelle classifiche mondiali. E' quello dell'anzianità di fondazione dove le nostre imprese familiari conquistano ben 6 posti tra le prime dieci. Sono 13 però complessivamente le industrie del made in Italy presenti nella classifica di anzianità stilata da Family Business, una rivista americana specializzata proprio in aziende familiari, dove la Pontificia Fonderia Marinelli, che dall'anno mille produce campane, conquista il secondo posto.
LE PRIME DIECI - In testa alla classifica 2008 rimane saldamente in testa ancora una volta una realtà giapponese, che però non è più la Kongo Gumi, società attiva nella costruzione di templi buddisti nata nel 578, ma rea di aver ceduto alle lusinghe del mercato, visto che nel 2006 è stata acquisita dal gigante dell'edilizia Takamatsu. Nell'aggiornamento della graduatoria da poco pubblicata, infatti, la vetta è stata conquistata da Houshi Onsen, l'albergo-struttura termale guidato dalla stessa famiglia dal 718, quando fu fondato, secondo la leggenda, da un monaco buddista nel luogo indicato dal dio del Monte Hakusan. La genesi delle imprese nostrane presenti in classifica sarà forse dai connotati meno spirituali, ma quanto ad antichità anche il made in Italy ha qualcosa da dire. La Pontificia Fonderia Marinelli, nata nell'anno mille ad Agnone (Isernia), come fonderia delle campane del Papa, conquista il podio ex equo con la cantina Chateau de Goulaine. Nata, come la storica cantina francese, nell'anno mille, la Marinelli usa ancora le antiche tecniche. Le sue campane risuonano ormai in tutto il mondo, da New York a Pechino, da Gerusalemme al Sud America, fino alla Corea. I dipendenti sono solo 20 e tra loro ci sono ancora cinque membri della famiglia Marinelli, con Pasquale direttore operativo. Per trovare un'altra impresa italiana basta scendere al quarto posto, dove si piazza la Barone Ricasoli, storico produttore di vino e olio d'oliva nato a Siena nel 1141, guidato da Francesco Ricasoli. Subito dopo, al quinto posto, ecco un nome storico del vetro, la Barovier & Toso, di Murano (Venezia): dopo essere stata fondata nel 1295, l'azienda è giunta ormai alla ventesima generazione dei Barovier che, nel 1936, si fusero con i Toso. Scendendo lungo la classifica si incontrano poi due aziende fiorentine. In ottava posizione c'è la Torrini, l'impresa produttrice di gioielli fondata dal capostipite Jacopo nel 1369 e in nona la Antinori, che produce vino a partire dal 1385. Per la decima in graduatoria ci si sposta in Veneto: è la Camuffo di Portogruaro (Venezia), impresa costruttrice di imbarcazioni nata nel 1438 nel porto veneziano di Khanià a Creta. Dalla fondazione, per mano di El Ham Muftì, ha venduto barche tra l'altro a Maometto II, alla Repubblica di Venezia, e perfino a Napoleone.
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LE ALTRE - Le ceramiche di Grazia Deruta, azienda attiva a Torino dal 1500, hanno conquistato, oltre al mercato degli Stati Uniti, anche la dodicesima posizione. L'azienda è tallonata dalla Pietro Beretta, lo storico produttore di armi di Gardone (Brescia), capace tra l'altro di piazzare la mitica rivoltella tra le mani della spia più famosa del mondo, James Bond. Dopo questa pattuglia che si piazza nelle prime posizioni, occorre scendere fino al trentunesimo posto per trovare un'altra azienda del Made in Italy. È la Cartiera Mantovana, fondata nel 1615 dalla famiglia Marenghi, tuttora guidata da Cristina Marenghi e figli. Tutte nate nel '700 sono le ultime italiane che affollano la classifica di Family Business: la calabrese Amarelli Fabbrica de Liquirizia di Rossano Scalo (1731), la laneria Fratelli Piacenza di Pollone, in provincia di Biella (1733), la Fonderia Daciano Colbachini di Padova (1745), il Lanificio Conte di Schio (1757).
MILANO - C'è un campo in cui le imprese italiane eccellono nelle classifiche mondiali. E' quello dell'anzianità di fondazione dove le nostre imprese familiari conquistano ben 6 posti tra le prime dieci. Sono 13 però complessivamente le industrie del made in Italy presenti nella classifica di anzianità stilata da Family Business, una rivista americana specializzata proprio in aziende familiari, dove la Pontificia Fonderia Marinelli, che dall'anno mille produce campane, conquista il secondo posto.
LE PRIME DIECI - In testa alla classifica 2008 rimane saldamente in testa ancora una volta una realtà giapponese, che però non è più la Kongo Gumi, società attiva nella costruzione di templi buddisti nata nel 578, ma rea di aver ceduto alle lusinghe del mercato, visto che nel 2006 è stata acquisita dal gigante dell'edilizia Takamatsu. Nell'aggiornamento della graduatoria da poco pubblicata, infatti, la vetta è stata conquistata da Houshi Onsen, l'albergo-struttura termale guidato dalla stessa famiglia dal 718, quando fu fondato, secondo la leggenda, da un monaco buddista nel luogo indicato dal dio del Monte Hakusan. La genesi delle imprese nostrane presenti in classifica sarà forse dai connotati meno spirituali, ma quanto ad antichità anche il made in Italy ha qualcosa da dire. La Pontificia Fonderia Marinelli, nata nell'anno mille ad Agnone (Isernia), come fonderia delle campane del Papa, conquista il podio ex equo con la cantina Chateau de Goulaine. Nata, come la storica cantina francese, nell'anno mille, la Marinelli usa ancora le antiche tecniche. Le sue campane risuonano ormai in tutto il mondo, da New York a Pechino, da Gerusalemme al Sud America, fino alla Corea. I dipendenti sono solo 20 e tra loro ci sono ancora cinque membri della famiglia Marinelli, con Pasquale direttore operativo. Per trovare un'altra impresa italiana basta scendere al quarto posto, dove si piazza la Barone Ricasoli, storico produttore di vino e olio d'oliva nato a Siena nel 1141, guidato da Francesco Ricasoli. Subito dopo, al quinto posto, ecco un nome storico del vetro, la Barovier & Toso, di Murano (Venezia): dopo essere stata fondata nel 1295, l'azienda è giunta ormai alla ventesima generazione dei Barovier che, nel 1936, si fusero con i Toso. Scendendo lungo la classifica si incontrano poi due aziende fiorentine. In ottava posizione c'è la Torrini, l'impresa produttrice di gioielli fondata dal capostipite Jacopo nel 1369 e in nona la Antinori, che produce vino a partire dal 1385. Per la decima in graduatoria ci si sposta in Veneto: è la Camuffo di Portogruaro (Venezia), impresa costruttrice di imbarcazioni nata nel 1438 nel porto veneziano di Khanià a Creta. Dalla fondazione, per mano di El Ham Muftì, ha venduto barche tra l'altro a Maometto II, alla Repubblica di Venezia, e perfino a Napoleone.
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LE ALTRE - Le ceramiche di Grazia Deruta, azienda attiva a Torino dal 1500, hanno conquistato, oltre al mercato degli Stati Uniti, anche la dodicesima posizione. L'azienda è tallonata dalla Pietro Beretta, lo storico produttore di armi di Gardone (Brescia), capace tra l'altro di piazzare la mitica rivoltella tra le mani della spia più famosa del mondo, James Bond. Dopo questa pattuglia che si piazza nelle prime posizioni, occorre scendere fino al trentunesimo posto per trovare un'altra azienda del Made in Italy. È la Cartiera Mantovana, fondata nel 1615 dalla famiglia Marenghi, tuttora guidata da Cristina Marenghi e figli. Tutte nate nel '700 sono le ultime italiane che affollano la classifica di Family Business: la calabrese Amarelli Fabbrica de Liquirizia di Rossano Scalo (1731), la laneria Fratelli Piacenza di Pollone, in provincia di Biella (1733), la Fonderia Daciano Colbachini di Padova (1745), il Lanificio Conte di Schio (1757).
martedì 9 settembre 2008
La vita di Saviano
MANTOVA - Sul palco del teatro Sociale di Mantova una sedia e un tavolino di legno; sopra un computer portatile, collegato ad un proiettore, ed un ragazzo di ventinove anni in jeans e camicia bianca che parla al microfono. Ai lati del palco, in piedi, quattro poliziotti in borghese: giubbotto antiproiettili, pistola malcelata nella fondina, auricolare. Il ragazzo che parla è sottoscorta per avere scritto un libro, "Gomorra", che ha venduto più di un milione di copie; potenza della scrittura. La dodicesima edizione del Festivaletteratura chiude con l'agghiacciante rassegna stampa di Roberto Saviano, che documenta come la camorra si serva dei giornali locali per comunicare il suo pensiero e lanciare messaggi. "Corriere di Caserta", titolone in prima pagina: "Don Peppe Diana era camorrista". Il parroco di San Nicola fu ucciso nel 1994 perché aveva sfidato la camorra, «e subito dopo è partita la campagna diffamatoria», osserva Saviano. «È il loro metodo quello di tentare di screditare le persone che gli si oppongono». Altro clic di Saviano al pc ed altro titolo, sempre dal "Corriere di Caserta": "Boss playboy, de Falco re degli sciupafemmine". La tensione in sala si stempera in una timida risata. «C'è la mitizzazione dei boss, i ragazzi ne hanno una tale stima e timore che non pronunciano mai il loro nome, sarebbe come nominare Dio invano».
Nell'ultima mezz'ora Saviano spiega com'è cambiata la sua vita da quel 13 settembre 2006, giorno in cui è stato messo sotto scorta, condizione condivisa con molte altre persone, tiene a precisare. «Non prendi più un treno, non sali più su una macchina che non sia blindata. Cosa fai, con chi esci?». Parla in seconda persona, quasi a marcare una vicinanza, come se questa cosa eccezionale capitata a lui, potesse toccare in sorte a ciascuno di noi. Confida di avere «il sogno di una casa», di non riuscire a trovare casa a Napoli, ma neppure a Roma. «La mia presenza dà fastidio, mi odiano soprattutto le persone lontane dai clan, gli dà fastidio il continuo confronto con loro, è come se io dicessi: io sono migliore di voi». Con il pc fa partire un servizio di una trasmissione Mediaset in cui la sorella del boss Cicciariello, quello arrestato con l'amante, a commento di "Gomorra" dice: «Cosa gli abbiamo fatto noi di Casale di Principe? Gli abbiamo violentato la moglie, gli abbiamo violentato la fidanzata, ammazzato un fratello?». È difficile addormentarsi con tali parole nella testa, assicura Saviano: «Ti distruggono la quotidianità, ti fanno capire che anche le persone intorno a te sono in pericolo». Quindi ricorda come, il giorno stesso di quel servizio televisivo, fu ucciso un uomo che aveva denunciato i camorristi nove anni prima, e a cui era stata appena tolta la scorta. "Tardariello ma mai scurdariello", recita un detto campano che non necessita di traduzione: la vita di Saviano non sarà mai più al sicuro. La sala è ammutolita, si sta identificando in quel ragazzo, e alla fine molti si commuovono mentre lo scrittore enuncia le persone alle quali intende dedicare la serata: «Ai miei ragazzi della scorta; ci muoviamo sempre insieme e mi piace pensare a noi come a una falange. A Serena, che è andata via perché la mia vicinanza la lerciava. A chi è venuto a vedermi dopo tanto tempo». Serena non si sentiva più tale accanto a questo ragazzo, che ha ricevuto un applauso di sei minuti da parte del pubblico, ma che ieri sera si è addormentato solo ancora una volta.
Articolo completo sul sito del sole24ore
Nell'ultima mezz'ora Saviano spiega com'è cambiata la sua vita da quel 13 settembre 2006, giorno in cui è stato messo sotto scorta, condizione condivisa con molte altre persone, tiene a precisare. «Non prendi più un treno, non sali più su una macchina che non sia blindata. Cosa fai, con chi esci?». Parla in seconda persona, quasi a marcare una vicinanza, come se questa cosa eccezionale capitata a lui, potesse toccare in sorte a ciascuno di noi. Confida di avere «il sogno di una casa», di non riuscire a trovare casa a Napoli, ma neppure a Roma. «La mia presenza dà fastidio, mi odiano soprattutto le persone lontane dai clan, gli dà fastidio il continuo confronto con loro, è come se io dicessi: io sono migliore di voi». Con il pc fa partire un servizio di una trasmissione Mediaset in cui la sorella del boss Cicciariello, quello arrestato con l'amante, a commento di "Gomorra" dice: «Cosa gli abbiamo fatto noi di Casale di Principe? Gli abbiamo violentato la moglie, gli abbiamo violentato la fidanzata, ammazzato un fratello?». È difficile addormentarsi con tali parole nella testa, assicura Saviano: «Ti distruggono la quotidianità, ti fanno capire che anche le persone intorno a te sono in pericolo». Quindi ricorda come, il giorno stesso di quel servizio televisivo, fu ucciso un uomo che aveva denunciato i camorristi nove anni prima, e a cui era stata appena tolta la scorta. "Tardariello ma mai scurdariello", recita un detto campano che non necessita di traduzione: la vita di Saviano non sarà mai più al sicuro. La sala è ammutolita, si sta identificando in quel ragazzo, e alla fine molti si commuovono mentre lo scrittore enuncia le persone alle quali intende dedicare la serata: «Ai miei ragazzi della scorta; ci muoviamo sempre insieme e mi piace pensare a noi come a una falange. A Serena, che è andata via perché la mia vicinanza la lerciava. A chi è venuto a vedermi dopo tanto tempo». Serena non si sentiva più tale accanto a questo ragazzo, che ha ricevuto un applauso di sei minuti da parte del pubblico, ma che ieri sera si è addormentato solo ancora una volta.
Articolo completo sul sito del sole24ore
sabato 6 settembre 2008
Atenei poli d'innovazione
Riprendendo un'intervista fatta da ilsole24ore, notiamo ancora una volta che la vera essenza dello sviluppo è insita nella ricerca. Ma vediamo meglio cosa dice il boss della Silicon Valley.
«Se abbiamo la Silicon valley lo dobbiamo alle università»: parola di John Hennessy, il tecnologo che presiede l'ateneo Stanford, in California, il "serial entrepreneur" che per primo ha scalato i vertici di un campus Usa.La maggior parte delle università americane, gestite con criteri privatistici, sono molto avanzate nella ricerca. Riescono a ottenere fondi, a fare investimenti e a conquistarsi brevetti. Che mettono a reddito. Nel senso che trasformano le idee in attività produttive, in vere e proprie start-up che poi spesso arrivano in Borsa o vengono acquistate da grandi gruppi. In tal modo, oltre a diventare un elemento propulsivo dell'economia, le università Usa riescono stimolare la ricerca e a motivare i giovani tecnologi. Oltre, naturalmente a finanziarsi.La California, grazie anche al follow-up dei laboratori universitari, ha dato i natali alla Silicon valley, ancora oggi il maxidistretto mondiale dell'Information communication technology (Ict). Hennessy è un tecnologo. Tra gli addetti ai lavori viene considerato un pioniere dell'hi-tech. Oltre ad essere docente in California vanta una grande esperienza nella creazione di imprese ad alto contenuto tecnologico: da qui la qualifica di "imprenditore seriale".Abbiamo incontrato Hennessy dopo l'intervento al meeting Ambrosetti, in occasione di una sessione che si è svolta nell'ambito del servizio Ap (Aggiornamento permanente) riservato alla prima linea mangeriale di cui fanno parte oltre 800 manager delle più importanti aziende italiane.
Ingegner Hennessy, visto il suo curriculum e la sua esperienza, la prima domanda è d'obbligo. Qual è il ruolo economico, sociale e politico che le università possono giocare nella crescita?
È indubbio che, specialmente negli Stati Uniti, le università rappresentano un fattore chiave per costruire lo sviluppo. Oltre a rappresentare un forte elemento di modernizzazione della società. Non le sto a ricordare tutte le invenzioni chiave che sono uscite dai laboratori, o le centinaia di start-up lanciate da nostri studenti, alcune molto note, specialmente nel settore internet.
Cosa fate, in concreto, all'università di Stanford? E perché siete così famosi e autorevoli?
La correggo. Sono pur sempre un professore. Forse non tutti lo sanno, ma Stanford non è una città, è una persona. Come Bocconi. E quindi si deve dire università Stanford. Forse siamo famosi perché da noi si sono laureati John Mc Enroe e Tiger Woods. Ma da noi insegnano anche una ventina di premi Nobel. Nel 1952 proprio uno dei nostri docenti vinse questo riconoscimento per aver scoperto la risonanza magnetica. Se lei oggi ha un problema fisico che non sia osseo, ma legato alle parti molli del suo corpo, fa la Tac. E dobbiamo dire grazie alla nostra ricerca.
Qual è il ruolo che ha giocato l'università Stanford per lo sviluppo del territorio?
Guardi, con poca modestia le racconterò la mia storia. Nel 1977, quando sono arrivato all'università Stanford come assistente ed esperto di informatica, il centro dell'elettronica e delle telecomunicazioni americane era localizzato sulla costa atlantica degli Stati Uniti. Se si voleva trattare questi temi, bisognava prendere l'aereo e fare un lungo viaggio. Lì c'erano i mitici Bell laboratories, la Ibm e la Dec. Pensi che quest'ultima è già "morta" un paio di volte, prima acquistata dalla Compaq e poi dall'Hp. In California c'era solo Intel (che allora produceva dischi magnetici) e nessuna società di software. Grazie anche all'impulso delle università oggi esiste appunto la Silicon valley. Che, nonostante l'ormai dimenticata bolla di internet, sta andando a gonfie vele. Lì c'è l'innovazione e il futuro di internet sia come prodotti sia come software sia come sviluppo della rete e dei nuovi servizi. Certo, la svolta è stata data dai microprocessori, dal personal computer e dal web.
È anche per questo che Stanford è un eccezionale polo di attrazione?
Noi siamo un sistema aperto. Oggi il 35% dei nostri studenti sono stranieri. Con punte del 58% per ingegneria.
Da dove arrivano queste nuove leve?
Il primo Paese è la Cina, seguita dall'India. Ma l'aspetto più importante, e lo voglio
sottolineare, è che la maggior parte di queste persone rimane in California o negli Stati Uniti e fonda, o va comunque a lavorare, in aziende hi-tech continuando quindi ad alimentare il circolo virtuoso dello sviluppo. Devo anche confessarle che alcuni dei talenti migliori sono andati fuori corso o non hanno ancora terminato il loro dottorato di ricerca perché attratti dalle sirene dell'industria (che qui suonano le note dei dollari).
Che suggerimenti si sente di dare al nostro Paese per migliorare i rapporti, molto
difficili, tra industria e università?
Il tema è ostico e complesso in tutto il mondo. Perché i due protagonisti parlano lingue diverse e, spesso, hanno culture d'impresa molto diverse. Non esistono quindi formule magiche. Io stesso sono diventato imprenditore quasi per forza, dal momento che nessuno voleva industrializzare il mio brevetto Risc. Detto questo, la prima cosa da fare è un sistema universitario basato sulla meritocrazia sia per i docenti sia per la selezione degli studenti. Serve poi una forte mobilità tra i due attori, elemento che favorisce la circolazione delle idee. Un altro fattore importante è, non sembri paradossale in tempi di globalizzazione, la "prossimità fisica": bisogna promuovere la politica delle "porte aperte". È anche utile incoraggiare giovani e professori ad assumersi dei rischi. Ma la modalità migliore per rendere feconda l'innovazione e il trasferimento tecnologico è rappresentata da un grande rispetto reciproco tra entrambi i partner.
«Se abbiamo la Silicon valley lo dobbiamo alle università»: parola di John Hennessy, il tecnologo che presiede l'ateneo Stanford, in California, il "serial entrepreneur" che per primo ha scalato i vertici di un campus Usa.La maggior parte delle università americane, gestite con criteri privatistici, sono molto avanzate nella ricerca. Riescono a ottenere fondi, a fare investimenti e a conquistarsi brevetti. Che mettono a reddito. Nel senso che trasformano le idee in attività produttive, in vere e proprie start-up che poi spesso arrivano in Borsa o vengono acquistate da grandi gruppi. In tal modo, oltre a diventare un elemento propulsivo dell'economia, le università Usa riescono stimolare la ricerca e a motivare i giovani tecnologi. Oltre, naturalmente a finanziarsi.La California, grazie anche al follow-up dei laboratori universitari, ha dato i natali alla Silicon valley, ancora oggi il maxidistretto mondiale dell'Information communication technology (Ict). Hennessy è un tecnologo. Tra gli addetti ai lavori viene considerato un pioniere dell'hi-tech. Oltre ad essere docente in California vanta una grande esperienza nella creazione di imprese ad alto contenuto tecnologico: da qui la qualifica di "imprenditore seriale".Abbiamo incontrato Hennessy dopo l'intervento al meeting Ambrosetti, in occasione di una sessione che si è svolta nell'ambito del servizio Ap (Aggiornamento permanente) riservato alla prima linea mangeriale di cui fanno parte oltre 800 manager delle più importanti aziende italiane.
Ingegner Hennessy, visto il suo curriculum e la sua esperienza, la prima domanda è d'obbligo. Qual è il ruolo economico, sociale e politico che le università possono giocare nella crescita?
È indubbio che, specialmente negli Stati Uniti, le università rappresentano un fattore chiave per costruire lo sviluppo. Oltre a rappresentare un forte elemento di modernizzazione della società. Non le sto a ricordare tutte le invenzioni chiave che sono uscite dai laboratori, o le centinaia di start-up lanciate da nostri studenti, alcune molto note, specialmente nel settore internet.
Cosa fate, in concreto, all'università di Stanford? E perché siete così famosi e autorevoli?
La correggo. Sono pur sempre un professore. Forse non tutti lo sanno, ma Stanford non è una città, è una persona. Come Bocconi. E quindi si deve dire università Stanford. Forse siamo famosi perché da noi si sono laureati John Mc Enroe e Tiger Woods. Ma da noi insegnano anche una ventina di premi Nobel. Nel 1952 proprio uno dei nostri docenti vinse questo riconoscimento per aver scoperto la risonanza magnetica. Se lei oggi ha un problema fisico che non sia osseo, ma legato alle parti molli del suo corpo, fa la Tac. E dobbiamo dire grazie alla nostra ricerca.
Qual è il ruolo che ha giocato l'università Stanford per lo sviluppo del territorio?
Guardi, con poca modestia le racconterò la mia storia. Nel 1977, quando sono arrivato all'università Stanford come assistente ed esperto di informatica, il centro dell'elettronica e delle telecomunicazioni americane era localizzato sulla costa atlantica degli Stati Uniti. Se si voleva trattare questi temi, bisognava prendere l'aereo e fare un lungo viaggio. Lì c'erano i mitici Bell laboratories, la Ibm e la Dec. Pensi che quest'ultima è già "morta" un paio di volte, prima acquistata dalla Compaq e poi dall'Hp. In California c'era solo Intel (che allora produceva dischi magnetici) e nessuna società di software. Grazie anche all'impulso delle università oggi esiste appunto la Silicon valley. Che, nonostante l'ormai dimenticata bolla di internet, sta andando a gonfie vele. Lì c'è l'innovazione e il futuro di internet sia come prodotti sia come software sia come sviluppo della rete e dei nuovi servizi. Certo, la svolta è stata data dai microprocessori, dal personal computer e dal web.
È anche per questo che Stanford è un eccezionale polo di attrazione?
Noi siamo un sistema aperto. Oggi il 35% dei nostri studenti sono stranieri. Con punte del 58% per ingegneria.
Da dove arrivano queste nuove leve?
Il primo Paese è la Cina, seguita dall'India. Ma l'aspetto più importante, e lo voglio
sottolineare, è che la maggior parte di queste persone rimane in California o negli Stati Uniti e fonda, o va comunque a lavorare, in aziende hi-tech continuando quindi ad alimentare il circolo virtuoso dello sviluppo. Devo anche confessarle che alcuni dei talenti migliori sono andati fuori corso o non hanno ancora terminato il loro dottorato di ricerca perché attratti dalle sirene dell'industria (che qui suonano le note dei dollari).
Che suggerimenti si sente di dare al nostro Paese per migliorare i rapporti, molto
difficili, tra industria e università?
Il tema è ostico e complesso in tutto il mondo. Perché i due protagonisti parlano lingue diverse e, spesso, hanno culture d'impresa molto diverse. Non esistono quindi formule magiche. Io stesso sono diventato imprenditore quasi per forza, dal momento che nessuno voleva industrializzare il mio brevetto Risc. Detto questo, la prima cosa da fare è un sistema universitario basato sulla meritocrazia sia per i docenti sia per la selezione degli studenti. Serve poi una forte mobilità tra i due attori, elemento che favorisce la circolazione delle idee. Un altro fattore importante è, non sembri paradossale in tempi di globalizzazione, la "prossimità fisica": bisogna promuovere la politica delle "porte aperte". È anche utile incoraggiare giovani e professori ad assumersi dei rischi. Ma la modalità migliore per rendere feconda l'innovazione e il trasferimento tecnologico è rappresentata da un grande rispetto reciproco tra entrambi i partner.
venerdì 11 luglio 2008
I rasta possono avere marijuana
Leggete questo breve articolo tratto da "il giornale"; a dopo i commenti!
Roma - I rasta possono girare con qualche dose di marijuana perché "secondo le notizie relative alle caratteristiche comportamentali degli adepti di tale religione di origine ebraica, la marijuana non è utilizzata solo come erba medicinale, ma anche come erba meditativa". Lo ha affermato la Corte di Cassazione con una sentenza di oggi. La VI sezione penale ha annullato con rinvio la condanna inflitta a un 44enne di Perugia che era stato sorpreso dalle forze dell’ordine con 97,3 grammi di marijuana nella macchina. Lui si era difeso sostenendo di essere un adepto alla religione rastafariana e che quindi "l’erba sacra doveva essere consumata fino a 10 grammi al giorno".
Condanna Il tribunale di Terni, a settembre del 2002, lo aveva dichiarato colpevole per illecita detenzione a fine di spaccio e, dandogli le attenuanti, lo aveva condannato a un anno e quattro mesi di carcere oltre a 4mila euro di multa. La Corte d’appello di Perugia, a dicembre del 2004, aveva confermato il verdetto ribadendo il fatto che quella quantità non poteva essere considerata per esclusivo uso personale.
Ricorso Contro questa decisione l’uomo ha fatto ricorso in Cassazione e lo ha vinto: gli ermellini lo hanno accolto rinviando alla Corte d’appello di Firenze affinché riconsideri il caso tenendo presente che la tradizione religiosa prevede l’uso della marijuana come "erba meditativa, come tale possibile apportatrice dello stato psicofisico inteso alla contemplazione nella preghiera, nel ricordo e nella credenza che l’erba sacra sia cresciuta sulla tomba di Re Salomone, chiamato il Re Saggio, e da esso ne tragga la forza, come si evince da notizie di testi che indicano le caratteristiche di detta religione". Tra l’altro, il 44enne, una volta imbattutosi nelle Forze dell’ordine, aveva consegnato spontaneamente la marijuana, non preconfezionata in dosi ma sfusa. Tutti elementi, questi, che la Corte territoriale fiorentina dovrà tenere in considerazione per rivalutare il caso e per decidere, quindi, se togliere la condanna oppure confermarla.
Ed ecco l'articolo del sole24, che a mio modesto parere è più approfondito:
MILANO - Il Rastafarianesimo, il cui seguace più famoso porta il nome di Bob Marley, ammette l'uso di marijuana come erba medicinale e soprattutto meditativa. Ecco perché la Cassazione, con una sentenza degna di nota, ha dichiarato che i fedeli di tale credo, se trovati in possesso di «erba» devono incontrare la comprensione e la tolleranza dei giudici, «nella credenza che l'erba sacra sia cresciuta sulla tomba di re Salomone». La Consulta ha accolto così il ricorso di un uomo contro la condanna a 1 anno e 4 mesi di reclusione e 4 mila euro di multa per illecita detenzione a fine di spaccio inflittagli dalla Corte di appello di Perugia nel 2004. I carabinieri lo avevano trovato con circa un etto di marijuana. In Cassazione l'uomo ha detto di essere un rastafariano e di fumare erba in base ai precetti della sua religione, che ne consentono l'uso fino a 10 grammi al giorno.
«USO PERSONALE» - La sentenza 28270 della Sesta sezione penale della Suprema corte ha ritenuto «fondato» il ricorso di Giuseppe G. con riferimento al fatto che i giudici di merito non avevano considerato «la religione di cui l'imputato si è dichiarato praticante» escludendo, pertanto, che potesse detenere un simile quantitativo di marijuana per esclusivo uso personale. In tal proposito gli Ermellini spiegano che «secondo le notizie relative alla caratteristiche comportamentali degli adepti di tale religione di origine ebraica, la marijuana non è utilizzata solo come erba medicinale, ma anche come erba meditativa. Come tale possibile apportatrice dello stato psicofisico teso alla contemplazione nella preghiera, nel ricordo e nella credenza che l'erba sacra sia cresciuta sulla tomba di re Salomone, chiamato 'il re saggio' e da esso ne tragga la forza». Per questa ragione la Cassazione ha rimproverato la Corte d'appello di Perugia per aver condannato Giuseppe solo sulla base del «semplicistico richiamo al dato ponderale della sostanza» trascurando di valutare le «modalità comportamentali del 'rasta'». Adesso toccherà alla corte d'appello di Firenze riesaminare la vicenda perché gli Ermellini hanno annullato, con rinvio, la condanna.
REAZIONI - Non si sono fatte attendere le reazioni polemiche alla decisione della Cassazione. «Sentenze sconcertanti a tal punto di diventare drammatiche», così le definisce Luca Volontè(Udc). «Permettere ai ’rasta’ di portare con sé ’hashish’ in quanto considerata dalla loro presunta religione come ’erba meditativa’ avrà - spiega il deputato dell’Unione di Centro in una nota - un duplice gravissimo effetto sulla nostra società. In primis, indurrà gli spacciatori e i commercianti di stupefacenti a utilizzare i ’rasta’ per i loro loschi giri, e, ancor più disarmante, gli abituali consumatori potranno farsi crescere i capelli e millantare di essere ’adepti rasta’ per evitare fermi di polizia". Il Dipartimento per le politiche antidroga commenta la notizia come uno «stravolgimento della normativa vigente». «Siamo in attesa - afferma il Dipartimento in una nota - di acquisire le motivazioni della sentenza: se le cose stessero davvero in tal modo, ci troveremmo davanti allo stravolgimento della normativa vigente, che vieta e sanziona penalmente qualsiasi cessione, a qualsiasi titolo, di qualsiasi quantitativo di qualsiasi sostanza stupefacente a terze persone». Gasparri parla di «una sentenza fuori dal tempo». Ill capogruppo del Pdl al Senato ironicamente aggiunge: «adesso tutti 'rasta' per violare la legge e andare disinvoltamente in giro con marijuana e magari hashish o droghe simili». «Chiunque oggi - osserva Gasparri - si può definire rasta o portare semplicemente i capelli acconciati in un determinato modo per poter consumare impunemente droghe. Ma davvero a nessuno è venuto in mente che in Italia quella dei rasta è più una tendenza di moda che non una fede religiosa?». «Qualcuno fermi i giudici che vivono fuori dalla realtà» conclude Gasparri.
Roma - I rasta possono girare con qualche dose di marijuana perché "secondo le notizie relative alle caratteristiche comportamentali degli adepti di tale religione di origine ebraica, la marijuana non è utilizzata solo come erba medicinale, ma anche come erba meditativa". Lo ha affermato la Corte di Cassazione con una sentenza di oggi. La VI sezione penale ha annullato con rinvio la condanna inflitta a un 44enne di Perugia che era stato sorpreso dalle forze dell’ordine con 97,3 grammi di marijuana nella macchina. Lui si era difeso sostenendo di essere un adepto alla religione rastafariana e che quindi "l’erba sacra doveva essere consumata fino a 10 grammi al giorno".
Condanna Il tribunale di Terni, a settembre del 2002, lo aveva dichiarato colpevole per illecita detenzione a fine di spaccio e, dandogli le attenuanti, lo aveva condannato a un anno e quattro mesi di carcere oltre a 4mila euro di multa. La Corte d’appello di Perugia, a dicembre del 2004, aveva confermato il verdetto ribadendo il fatto che quella quantità non poteva essere considerata per esclusivo uso personale.
Ricorso Contro questa decisione l’uomo ha fatto ricorso in Cassazione e lo ha vinto: gli ermellini lo hanno accolto rinviando alla Corte d’appello di Firenze affinché riconsideri il caso tenendo presente che la tradizione religiosa prevede l’uso della marijuana come "erba meditativa, come tale possibile apportatrice dello stato psicofisico inteso alla contemplazione nella preghiera, nel ricordo e nella credenza che l’erba sacra sia cresciuta sulla tomba di Re Salomone, chiamato il Re Saggio, e da esso ne tragga la forza, come si evince da notizie di testi che indicano le caratteristiche di detta religione". Tra l’altro, il 44enne, una volta imbattutosi nelle Forze dell’ordine, aveva consegnato spontaneamente la marijuana, non preconfezionata in dosi ma sfusa. Tutti elementi, questi, che la Corte territoriale fiorentina dovrà tenere in considerazione per rivalutare il caso e per decidere, quindi, se togliere la condanna oppure confermarla.
Ed ecco l'articolo del sole24, che a mio modesto parere è più approfondito:
MILANO - Il Rastafarianesimo, il cui seguace più famoso porta il nome di Bob Marley, ammette l'uso di marijuana come erba medicinale e soprattutto meditativa. Ecco perché la Cassazione, con una sentenza degna di nota, ha dichiarato che i fedeli di tale credo, se trovati in possesso di «erba» devono incontrare la comprensione e la tolleranza dei giudici, «nella credenza che l'erba sacra sia cresciuta sulla tomba di re Salomone». La Consulta ha accolto così il ricorso di un uomo contro la condanna a 1 anno e 4 mesi di reclusione e 4 mila euro di multa per illecita detenzione a fine di spaccio inflittagli dalla Corte di appello di Perugia nel 2004. I carabinieri lo avevano trovato con circa un etto di marijuana. In Cassazione l'uomo ha detto di essere un rastafariano e di fumare erba in base ai precetti della sua religione, che ne consentono l'uso fino a 10 grammi al giorno.
«USO PERSONALE» - La sentenza 28270 della Sesta sezione penale della Suprema corte ha ritenuto «fondato» il ricorso di Giuseppe G. con riferimento al fatto che i giudici di merito non avevano considerato «la religione di cui l'imputato si è dichiarato praticante» escludendo, pertanto, che potesse detenere un simile quantitativo di marijuana per esclusivo uso personale. In tal proposito gli Ermellini spiegano che «secondo le notizie relative alla caratteristiche comportamentali degli adepti di tale religione di origine ebraica, la marijuana non è utilizzata solo come erba medicinale, ma anche come erba meditativa. Come tale possibile apportatrice dello stato psicofisico teso alla contemplazione nella preghiera, nel ricordo e nella credenza che l'erba sacra sia cresciuta sulla tomba di re Salomone, chiamato 'il re saggio' e da esso ne tragga la forza». Per questa ragione la Cassazione ha rimproverato la Corte d'appello di Perugia per aver condannato Giuseppe solo sulla base del «semplicistico richiamo al dato ponderale della sostanza» trascurando di valutare le «modalità comportamentali del 'rasta'». Adesso toccherà alla corte d'appello di Firenze riesaminare la vicenda perché gli Ermellini hanno annullato, con rinvio, la condanna.
REAZIONI - Non si sono fatte attendere le reazioni polemiche alla decisione della Cassazione. «Sentenze sconcertanti a tal punto di diventare drammatiche», così le definisce Luca Volontè(Udc). «Permettere ai ’rasta’ di portare con sé ’hashish’ in quanto considerata dalla loro presunta religione come ’erba meditativa’ avrà - spiega il deputato dell’Unione di Centro in una nota - un duplice gravissimo effetto sulla nostra società. In primis, indurrà gli spacciatori e i commercianti di stupefacenti a utilizzare i ’rasta’ per i loro loschi giri, e, ancor più disarmante, gli abituali consumatori potranno farsi crescere i capelli e millantare di essere ’adepti rasta’ per evitare fermi di polizia". Il Dipartimento per le politiche antidroga commenta la notizia come uno «stravolgimento della normativa vigente». «Siamo in attesa - afferma il Dipartimento in una nota - di acquisire le motivazioni della sentenza: se le cose stessero davvero in tal modo, ci troveremmo davanti allo stravolgimento della normativa vigente, che vieta e sanziona penalmente qualsiasi cessione, a qualsiasi titolo, di qualsiasi quantitativo di qualsiasi sostanza stupefacente a terze persone». Gasparri parla di «una sentenza fuori dal tempo». Ill capogruppo del Pdl al Senato ironicamente aggiunge: «adesso tutti 'rasta' per violare la legge e andare disinvoltamente in giro con marijuana e magari hashish o droghe simili». «Chiunque oggi - osserva Gasparri - si può definire rasta o portare semplicemente i capelli acconciati in un determinato modo per poter consumare impunemente droghe. Ma davvero a nessuno è venuto in mente che in Italia quella dei rasta è più una tendenza di moda che non una fede religiosa?». «Qualcuno fermi i giudici che vivono fuori dalla realtà» conclude Gasparri.
sabato 5 luglio 2008
L'invenzione della lampadina

Vorrei inaugurare una serie di articoli utili per conoscere i passi che hanno portato verso grandi invenzioni.
Iniziamo con la lampadina:
1802 Humphry Davy dimostra il funzionamento della lampada ad arco in aria atmosferica;
1835 James Bowman Lindsay mostra un sistema di illuminazione con lampada ad incandescenza;
1841 A Parigi vengono installate lampade ad arco sperimentali per l'illuminazione pubblica;
1856 Il soffiatore di vetro Heinrich Geissler realizza il primo arco elettrico all'interno di un tubo;
1867 Antoine Henri Becquerel propone il primo esempio di lampada fluorescente
1875 Henry Woodward brevetta la lampadina elettrica;
1876 Pavel Yablochkov inventa al candela di Yablochkov, la prima lampada ad arco con elettrodi in carbone di pratico utilizzo; fu utilizzata per l'illuminazione pubblica a Parigi;
1879 Alessandro Cruto ricercatore di Piossasco (TO), dopo aver assistito ad una serie di conferenze tenute da Galileo Ferraris sui progressi dell'elettricità, si dedicò alla realizzazione di un filamento di uso pratico per le lampadine elettriche ad incandescenza e poté così produrre l'anno successivo un filamento che, unico fra quelli ottenuti da altri sperimentatori, aveva un coefficiente di resistenza positivo (che aumentava cioè con l'aumentare della temperatura). Cruto pur avendo realizzato per primo un filamento in grado di superare quello degli americani, non fu in grado di brevettare l'invenzione su scala mondiale per la mancanza di finanziatori, cosa che invece fece Thomas Edison, che di fatto si appropriò dell'invenzione, tutta Italiana.
1880 Thomas Edison e Joseph Wilson Swan brevettano la lampada ad incandescenza con filamento di carbonio;
1893 Nikola Tesla sviluppa lampade a scarica ad induzione, senza elettrodi, alimentate ad alta frequenza e le usa per illuminare il proprio laboratorio;
1894 McFarlane Moore inventa il tubo di Moore, precursore delle attuali lampade a scarica;
1901 Peter Cooper Hewitt sviluppa la lampada a scarica a vapori di mercurio;
1903 William Coolidge introduce l'uso del filamento di tungsteno;
1911 Georges Claude realizza la lampada al neon;
1926 Edmund Germer brevetta la lampada fluorescente
1962 Nick Holonyak sviluppa il primo LED in luce visibile di pratico utilizzo;
fonte: Wikipedia
venerdì 4 luglio 2008
martedì 1 luglio 2008
La Milano del futuro?
Al Congresso Mondiale di Architettura di Torino Andrea Boschetti (Metrogramma), che sta ridisegnando il piano del territorio, spiega la città che verrà.
«Milano sarà l'antitesi di Dubai. Ha presente cosa si è praticato fino a oggi negli Emirati Arabi? Architettura decontestualizzata, committenti scellerati che ti affidano un'area e ti chiedono di realizzare palazzi senza nessun rapporto con persone e territori, poco rispetto per la cultura dei luoghi. Ecco, Milano sarà l'opposto». Andrea Boschetti è co-fondatore insieme ad Alberto Francini di Metrogramma, lo studio milanese scelto per disegnare il piano di governo del territorio (Pgt) lombardo.
Milano sarà «una città aperta, in costante ascolto con tutte le sue realtà».
Il piano di governo del territorio, il nuovo strumento urbanistico introdotto con legge regionale nel 2005, si sostituisce al piano regolatore generale della città che risale agli anni ‘50. In questo momento di ripensamento totale del territorio lombardo, un evento come l'Expo 2015 costituisce un reale incentivo: gli obiettivi del piano vanno realizzati entro sette anni. Boschetti spiega che se il capoluogo lombardo si è sempre sviluppato in maniera radiale - con un centro e una periferia estesa e anonima – è ora di invertire rotta: «Da città pensata e costruita sul rapporto centro-periferia, Milano deve diventare una città policentrica», afferma.
«Quello che è fondamentale è costruire un patto sociale – spiega - I cittadini devono ricominciare a vivere la città, la gente deve tornare in strada».
Qual è lo stereotipo classico di Milano? Che è una città grigia, anonima, senza un sapore. Deve diventare il suo opposto».
Metrogramma ha già avviato un percorso di ricerca, cercando di ridefinire i servizi e le regole sulle singole esigenze di quartiere e in armonia con le altre realtà in costruzione. Si punta sullo sviluppo delle infrastrutture: «Una struttura reticolare si basa sulle infrastrutture che non definite prima del progetto ma vanno di pari passo con i vari step. Se pensiamo alla città come a un luogo policentrico è chiaro che bisogna analizzare le diversità dei luoghi e su quelle ripensare la città».
In sostanza Milano sembra che potrà avere ciò che tutti i suoi concittadini (tra cui io stesso) desiderano. Milano è pensata in rapporto a Dubai, come il suo opposto, la sua antitesi. Per me non si deve far leva sullo sviluppo di certo originale e massiccio che ha visto Dubai, bensì sulla nostra storia, giacchè Dubai ha saputo svincolarsi dalla dipendenza dall’oro nero grazie allo sviluppo immobiliare luxury-style, che non sarà consono alla cultura di quei luoghi, ma di certo riesce ad attrarre capitali esteri, a monetizzare (e mettere nel proprio salvadanaio) le vacanze dei v.i.p. di tutto il mondo. In sostanza, è abbastanza ovvio che Milano, una città di certo non nuova, piena di industria, cultura e servizi, si sviluppi secondo logiche diverse, cercando il legame con la propria storia e la propria popolzione.
Io mi auguro che il pgt possa essere dei migliori, in modo che Milano torni ad essere una città vivibile per tutti noi, più Berlino-style, e meno definita da smog e centri commerciali.
«Milano sarà l'antitesi di Dubai. Ha presente cosa si è praticato fino a oggi negli Emirati Arabi? Architettura decontestualizzata, committenti scellerati che ti affidano un'area e ti chiedono di realizzare palazzi senza nessun rapporto con persone e territori, poco rispetto per la cultura dei luoghi. Ecco, Milano sarà l'opposto». Andrea Boschetti è co-fondatore insieme ad Alberto Francini di Metrogramma, lo studio milanese scelto per disegnare il piano di governo del territorio (Pgt) lombardo.
Milano sarà «una città aperta, in costante ascolto con tutte le sue realtà».
Il piano di governo del territorio, il nuovo strumento urbanistico introdotto con legge regionale nel 2005, si sostituisce al piano regolatore generale della città che risale agli anni ‘50. In questo momento di ripensamento totale del territorio lombardo, un evento come l'Expo 2015 costituisce un reale incentivo: gli obiettivi del piano vanno realizzati entro sette anni. Boschetti spiega che se il capoluogo lombardo si è sempre sviluppato in maniera radiale - con un centro e una periferia estesa e anonima – è ora di invertire rotta: «Da città pensata e costruita sul rapporto centro-periferia, Milano deve diventare una città policentrica», afferma.
«Quello che è fondamentale è costruire un patto sociale – spiega - I cittadini devono ricominciare a vivere la città, la gente deve tornare in strada».
Qual è lo stereotipo classico di Milano? Che è una città grigia, anonima, senza un sapore. Deve diventare il suo opposto».
Metrogramma ha già avviato un percorso di ricerca, cercando di ridefinire i servizi e le regole sulle singole esigenze di quartiere e in armonia con le altre realtà in costruzione. Si punta sullo sviluppo delle infrastrutture: «Una struttura reticolare si basa sulle infrastrutture che non definite prima del progetto ma vanno di pari passo con i vari step. Se pensiamo alla città come a un luogo policentrico è chiaro che bisogna analizzare le diversità dei luoghi e su quelle ripensare la città».
In sostanza Milano sembra che potrà avere ciò che tutti i suoi concittadini (tra cui io stesso) desiderano. Milano è pensata in rapporto a Dubai, come il suo opposto, la sua antitesi. Per me non si deve far leva sullo sviluppo di certo originale e massiccio che ha visto Dubai, bensì sulla nostra storia, giacchè Dubai ha saputo svincolarsi dalla dipendenza dall’oro nero grazie allo sviluppo immobiliare luxury-style, che non sarà consono alla cultura di quei luoghi, ma di certo riesce ad attrarre capitali esteri, a monetizzare (e mettere nel proprio salvadanaio) le vacanze dei v.i.p. di tutto il mondo. In sostanza, è abbastanza ovvio che Milano, una città di certo non nuova, piena di industria, cultura e servizi, si sviluppi secondo logiche diverse, cercando il legame con la propria storia e la propria popolzione.
Io mi auguro che il pgt possa essere dei migliori, in modo che Milano torni ad essere una città vivibile per tutti noi, più Berlino-style, e meno definita da smog e centri commerciali.
sabato 21 giugno 2008
elenco fiere in italia
FIERA DELLA CASA - Campionaria Internazionale D'Oltremare
Napoli (NA) da Giugno 2008
arredamenti, artigianato, piscine, beni di consumo
MECFORPACK - Salone Nazionale della Meccanica di Precisione, dei Materiali Innovativi, dell'Engineering e delle Tecnologie, dell'Elettronica, della Componentistica per Macchine Automatiche e dei Sistemi di Confezionamento
Bologna (BO) da Giugno 2008
R2B - RESEARCH TO BUSINESS - Salone Internazionale della Ricerca Industriale
Bologna (BO) da Giugno 2008
alta tecnologia meccanica, biotecnologie, energia-ambiente, nuovi materiali, nanotecnologie industriali, IT, servizi, finanza
LINK.IT - Salone del Pret a Porter
Bologna (BO) da Giugno 2008
CESENA IN FIERA - Fiera Campionaria di Cesena
Cesena (FC) da Giugno 2008
commercio, artigianato, cultura, sport
Napoli (NA) da Giugno 2008
arredamenti, artigianato, piscine, beni di consumo
MECFORPACK - Salone Nazionale della Meccanica di Precisione, dei Materiali Innovativi, dell'Engineering e delle Tecnologie, dell'Elettronica, della Componentistica per Macchine Automatiche e dei Sistemi di Confezionamento
Bologna (BO) da Giugno 2008
R2B - RESEARCH TO BUSINESS - Salone Internazionale della Ricerca Industriale
Bologna (BO) da Giugno 2008
alta tecnologia meccanica, biotecnologie, energia-ambiente, nuovi materiali, nanotecnologie industriali, IT, servizi, finanza
LINK.IT - Salone del Pret a Porter
Bologna (BO) da Giugno 2008
CESENA IN FIERA - Fiera Campionaria di Cesena
Cesena (FC) da Giugno 2008
commercio, artigianato, cultura, sport
lunedì 16 giugno 2008
Il nuovo libro di Nicholas Sparks: La scelta
Vi posto l'articolo integrale preso dal sito (in inglese) di Nicholas Sparks, uno dei miei scrittori preferiti!
Travis Parker has everything a man could want: a good job, loyal friends, even a waterfront home in small-town North Carolina. In full pursuit of the good life -- boating, swimming, and regular barbecues with his good-natured buddies -- he holds the vague conviction that a serious relationship with a woman would only cramp his style. That is, until Gabby Holland moves in next door. Despite his attempts to be neighborly, the appealing redhead seems to have a chip on her shoulder about him...and the presence of her longtime boyfriend doesn't help. Despite himself, Travis can't stop trying to ingratiate himself with his new neighbor, and his persistent efforts lead them both to the doorstep of a journey that neither could have foreseen. Spanning the eventful years of young love, marriage and family, The Choice ultimately confronts us with the most heartwrenching question of all: how far would you go to keep the hope of love alive?
Ed ecco la mia traduzione in italiano (si spera..)
Travis Parker aveva tutto ciò che un uomo può desiderare: un buon lavoro, amici fedeli e sinceri, persino una casetta sul litorale in una cittadina del North Carolina. Alla ricerca di una vita tranquilla - andando in barca, nuotando, e spesso organizzando barbecue all'apertocon gli amici più intimi - mantiene la vaga convinzone che far nascere una relazione seria con una donna, lo avrebbe portato soltano ad abbandonare questo suo stile di vita. Intendiamoci, così fu fino a quado Gabby Holland diventò sua vicina di casa.Nonostante i suoi tentativi di essere un perfetto vicino, l'interessante donna dai capelli rossi sembrava nutrisse un certo interesse verso di lui...e la presenza del suo compagno di lunga data di certo non aiutava. Malgrado ciò, Travis non riusciva a smettere di ingraziarsi il nuovo vicino, e i suoi continui sforzi li portavano entrambi sulla soglia di un viaggio che non potevano nemmeno lontanamente immaginare.Durante i movimentati anni di amore giovanile, matrimonio e famiglia, La Scelta in fin dei conti, ci fa confrontare con la più straziante domanda: fino a quanto vi spingereste per mantenere viva la speranza dell’amore?
Travis Parker has everything a man could want: a good job, loyal friends, even a waterfront home in small-town North Carolina. In full pursuit of the good life -- boating, swimming, and regular barbecues with his good-natured buddies -- he holds the vague conviction that a serious relationship with a woman would only cramp his style. That is, until Gabby Holland moves in next door. Despite his attempts to be neighborly, the appealing redhead seems to have a chip on her shoulder about him...and the presence of her longtime boyfriend doesn't help. Despite himself, Travis can't stop trying to ingratiate himself with his new neighbor, and his persistent efforts lead them both to the doorstep of a journey that neither could have foreseen. Spanning the eventful years of young love, marriage and family, The Choice ultimately confronts us with the most heartwrenching question of all: how far would you go to keep the hope of love alive?
Ed ecco la mia traduzione in italiano (si spera..)
Travis Parker aveva tutto ciò che un uomo può desiderare: un buon lavoro, amici fedeli e sinceri, persino una casetta sul litorale in una cittadina del North Carolina. Alla ricerca di una vita tranquilla - andando in barca, nuotando, e spesso organizzando barbecue all'apertocon gli amici più intimi - mantiene la vaga convinzone che far nascere una relazione seria con una donna, lo avrebbe portato soltano ad abbandonare questo suo stile di vita. Intendiamoci, così fu fino a quado Gabby Holland diventò sua vicina di casa.Nonostante i suoi tentativi di essere un perfetto vicino, l'interessante donna dai capelli rossi sembrava nutrisse un certo interesse verso di lui...e la presenza del suo compagno di lunga data di certo non aiutava. Malgrado ciò, Travis non riusciva a smettere di ingraziarsi il nuovo vicino, e i suoi continui sforzi li portavano entrambi sulla soglia di un viaggio che non potevano nemmeno lontanamente immaginare.Durante i movimentati anni di amore giovanile, matrimonio e famiglia, La Scelta in fin dei conti, ci fa confrontare con la più straziante domanda: fino a quanto vi spingereste per mantenere viva la speranza dell’amore?
lunedì 9 giugno 2008
domenica 8 giugno 2008
Gomorra
Probabilmente ne avrete sentito parlare, magari siete anche andati a vederlo. Sto parlando di uno dei migliori film da vedere, Gomorra.
Eccovi la trama:
Chi vive in provincia di Caserta, tra Aversa e Casal di Principe, si scontra ogni giorno non solo con i soldi e il potere ma anche con il sangue. La possibilità di scegliere, la libertà di vivere una vita 'normale' è quasi nulla: se non vuoi pagare con la vita, devi sottostare al Sistema. Il mondo criminale e affaristico della Camorra segue la vita delle merci, da quelle 'fresche' che arrivano al porto di Napoli e vanno smistate a quelle 'morte', le scorie, anche tossiche, che vengono versate nelle discariche o direttamente nascoste nel terreno. Seguendo i percorsi delle merci, dagli abiti griffati alle scorie chimiche, si scopre la vita della camorra e le storie di quelli, dai più potenti ai ragazzini affascinati o sottomessi, che danno vita alla Gomorra dei giorni nostri.
Sono curioso di sapere cosa ne pensate. Anche se mi interessano commenti agli altri post, questo può esser fonte di una discussione più attiva e consapevole
Eccovi la trama:
Chi vive in provincia di Caserta, tra Aversa e Casal di Principe, si scontra ogni giorno non solo con i soldi e il potere ma anche con il sangue. La possibilità di scegliere, la libertà di vivere una vita 'normale' è quasi nulla: se non vuoi pagare con la vita, devi sottostare al Sistema. Il mondo criminale e affaristico della Camorra segue la vita delle merci, da quelle 'fresche' che arrivano al porto di Napoli e vanno smistate a quelle 'morte', le scorie, anche tossiche, che vengono versate nelle discariche o direttamente nascoste nel terreno. Seguendo i percorsi delle merci, dagli abiti griffati alle scorie chimiche, si scopre la vita della camorra e le storie di quelli, dai più potenti ai ragazzini affascinati o sottomessi, che danno vita alla Gomorra dei giorni nostri.
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E' morto Dino Risi, maestro della commedia all'italiana
«Nanni fatti da parte, che voglio vedere il film». Ecco chi era Dino Risi, uno che aveva una battuta feroce per tutti, persino per quel Moretti di cui amò gli esordi (Io sono un autarchico ed Ecce bombo) e che lo fece entusiasmare con Il Caimano, che definì "straordinario e intelligente". Girate per siti, emeroteche, interviste e troverete una sua cattiva parola per tutti o quasi: da Berlusconi al critico Mereghetti, dai padroni alla sinistra. Ecco chi era questo strano signore che somigliava all'avvocato Agnelli, il profeta di un cinismo feroce e complice verso l'Italia del boom economico, neocapitalista e meschina, ben raccontata da lui dai Cinquanta ai Settanta. Il successo arrivò con Pane, Amore e…(1955) e Poveri ma belli (1956) ma la consacrazione (immediata di pubblico, tardiva di critica) arriva con lo splendido gruppo dei "suoi mostri": Gassman, Tognazzi, Sordi, Manfredi, a cui lega tanti capolavori come Il Sorpasso (1962), I Mostri (1963), Il Mattatore (1959), Straziami ma di baci saziami (1968, in cui ammutolì Tognazzi per tutto il film!), Vedo nudo (1969), il sottovalutato e cattivissimo Il gaucho (1964). E' lui che ha stravolto il genere della commedia privandola del lieto fine ne Il sorpasso, è lui che nobilitò il sesso con film che vanno oltre lo scollacciato pur mutuandone le protagoniste, da Laura Antonelli a Gloria Guida (Sessomatto e Sesso e volentieri). Tocca gli anni Ottanta persino con uno "scult", Il commissario Lo Gatto con Lino Banfi, sui telefonini di molti con i mitici duetti con Micheli. Risi era un maestro, bizzarro e antipatico. Gli ultimi trent'anni li ha passati in un residence a Parioli, il suo testamento morale uscì nel 2004 per Mondadori, "I miei mostri". Una vita al massimo, sempre in anticipo, sempre in sorpasso. Lo capivano sempre dopo, e lui non mancava mai di farlo notare.
mercoledì 4 giugno 2008
ETIMOLOGIA: feriale
Le feriae erano i giorni di riposo consacrati agli Dei. Corrispondevano ai giorni in cui la cessazione del lavoro era prescritta dalla religione. E siccome i giorni feriali differivano da quelli festivi (o solonni), così per antitesi la voce feriale venne ai tempi dei cristiani applicata ai giorni non festivi, cioè ai giorni di lavoro.
Un bel minestrone eh?
Un bel minestrone eh?
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