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martedì 9 giugno 2009

Yahoo Answers

Con più di 90 milioni di utenti in tutto il mondo, Yahoo! Answers è la più grande community di condivisione di conoscenza sul Web. Answers è una comunità dove puoi fare domande e ottenere risposte vere da persone fisiche. È divertente ed istruttivo perché puoi inviare domande su qualunque argomento, da quello serio a quello frivolo. Inoltre, puoi fornire il tuo aiuto agli altri utenti rispondendo alle loro domande. Il gioco sta nel condividere ciò che sai e ciò che vuoi sapere. Pertanto non tenerti per te le domande, rispondendoti da solo... entra e inizia a condividere le informazioni!

lunedì 20 aprile 2009

schema ponzi

Lo schema di Ponzi (spesso confuso con lo schema piramidale o il marketing multilivello) è un modello economico di vendita truffaldino che promette forti guadagni alle vittime a patto che queste reclutino nuovi "investitori", a loro volta vittime della truffa.

Lo schema di Ponzi permette a chi comincia la catena e ai primi coinvolti di ottenere alti ritorni economici a breve termine, ma richiede continuamente nuove vittime disposte a pagare le quote. I guadagni derivano infatti esclusivamente dalle quote pagate dai nuovi investitori e non da attività produttive o finanziarie[1].
Il sistema è naturalmente destinato a terminare con perdite per la maggior parte dei partecipanti, perché i soldi "investiti" non danno alcuna vera rendita né interesse, essendo semplicemente incamerati dai primi coinvolti nello schema che li useranno inizialmente per rispettare le promesse. La diffusione della truffa spesso diventa di tale portata da renderla palese, portando alla sua interruzione da parte delle autorità.
Le caratteristiche tipiche sono:
Promessa di alti guadagni a breve termine
Ottenimento dei guadagni da escamotage finanziari o da investimenti di "alta finanza" documentati in modo poco chiaro
Offerta rivolta, all'epoca in cui fu architettata la truffa, ad un pubblico non competente in materia finanziaria
Investimento legato ad un solo promotore o azienda
Risulta evidente che il rischio di investimento in operazioni che sfruttano questa pratica è molto elevato. Il rischio è crescente al crescere del numero degli iscritti, essendo sempre più difficile trovare nuovi adepti.
In Italia, Stati Uniti e in molti altri Paesi, questa pratica è un reato, essendo a tutti gli effetti una truffa.
Esempio [modifica]
Un promotore promette guadagni fuori dagli standard su un investimento a breve termine, spesso riferendosi in termini fumosi a meccanismi complessi o inesistenti.
Senza un investimento documentato, solo pochi investitori danno fiducia al promotore, il quale si assicura di rispettare i patti: pagherà quanto pattuito, anche se lo farà andando in perdita o più spesso prelevando fondi versati da nuovi investitori. In seguito così potrà beneficiare della sua buona fama per far aumentare il capitale investito e il numero degli investitori.
I primi investitori, ripagati, reinvestiranno i fondi e parleranno bene dell'investimento attirando nuove vittime, fino a che il promotore, giunto al massimo del guadagno, sparirà nel nulla con i soldi presenti in quel momento.
Spesso tuttavia la difficoltà di reperire nuovi adepti porterà lo schema a collassare da solo, non riuscendo a ripagare gli investimenti o venendo scoperto dalle forze dell'ordine

esempio celebre di uno schema Ponzi è quello messo in piedi dall'ex presidente del Nasdaq Madoff

lunedì 23 marzo 2009

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DAIMLER - Aumento di capitale da 1,95 mld, Abu Dhabi primo socio
Websim - 23/03/2009 08:33:25
Daimler potrebbe registrare in avvio di seduta importanti variazioni di prezzo, nell'asta di pre apertura il titolo sale del 6%. Il gruppo auto tedesco tha annunciato un aumento di capitale da 1,95 miliardi di euro riservato al fondo di Abu Dhabi, Aabar Investments. Con questa operazione cambia la struttura di controllo di Daimler, Aabar diventa il primo azionista con il 9,1% del capitale. La società di Stoccarda ha spiegato che le nuove risorse forniscono "maggiore flessibilità negli investimenti in tecnologie innovative".Le nuove azioni sono state emesse a 20,27 euro, il 5% in meno del prezzo di chiusura di venerdì e la metà del valore del titolo il 17 di giugno del 2008, data in cui la società aveva annunciato un buy back da 6 miliardi di euro.Daimler ha cassa per 6,91 miliardi di euro ma nel corso dell'anno ha debiti in scadenza per un totale di 10 miliardi di euro.
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FIAT - Goldman Sachs alza il giudizio sui titoli auto europei
Websim - 23/03/2009 08:46:56
Fiat (F.MI) potrebbe registrare in avvio di seduta importanti variazioni di prezzo. Stamattina Goldman Sachs ha alzato ad attractive la raccomandazione sul segmento auto europeo ed ha confermato la presenza del titolo del gruppo italiano nella lista dei preferiti, il giudizio sul gruppo italiano resta buy con target price a 7 euro. IlSole24ore di sabato scrive che il nuovo partner di Fiat in Cina potrebbe essere GAIG (Guangzhou Automobile Industry Group). L'amministratore delegato del gruppo, Sergio Marchionne aveva affermato, in settembre, che GAIG era uno dei soggetti con cui erano in corso trattative. L'Unrae, l'associazione delle case automobilistiche estere attive in Italia, ha detto di prevedere per marzo, immatricolazioni a livelli "chiaramente" superiori a quelli del marzo 2008 grazie agli effetti positivi degli incentivi.

giovedì 12 marzo 2009

More Companies At Risk of Failing

Moody's, the ratings agency, recently published a list of "bottom rung" companies most likely to default on their debt. The criteria are technical, but the upshot is that a lot of companies are in deep trouble - and the list is getting longer, not shorter. Moody's predicts that the default rate on corporate bonds this year will be three times higher than in 2008, and 15 times higher than in 2007. Defaults are often the last step before a bankruptcy filing. And bankrupt companies, obviously, don't usually hire people. They dramatically shed costs and workers and sometimes liquidate completely, firing everybody.
[See 15 firms that might not survive 2009.]
So the Moody's findings help explain why most economists expect the unemployment rate, now 8.1 percent, to rise as high as 9 or 10 percent before it starts to drift back down. And right now, real and perceived fears about job security are the main force driving a contraction in consumer spending, and the economy as a whole. Here's what the bottom-rung report tells us about the next several months:
There will be a lot more bankruptcies. Moody's places 283 companies on its bottom-rung list, up from 157 a year ago. Since the quarterly list was last updated, 73 additional companies have fallen to the bottom rung. Twenty-four companies made their way off the list - but mostly because they defaulted on their debts. Only one company, Landry's Restaurants, got off the list because its circumstances improved.
[See why bank nationalization terrifies Wall Street.]
Companies exposed to consumer spending have it toughest. The industries most represented on the list are media, automotive, retail and manufacturing. Companies in the most acute danger are those with reduced cash flow and a high debt load. A lot of big, well-known companies are in danger. On the list: Advanced Micro Devices; AirTran; AMR (parent of American Airlines); Chrysler; Duane Reade; Eastman-Kodak; Ford; General Motors; JetBlue; Krispy Kreme; Palm; R.H. Donnelly; Reader's Digest Association; Rite-Aid; UAL (parent of United Airlines); Unisys; and US Airways.
Many of the other firms on the list are second- or third-tier suppliers to automakers, airlines, and other troubled firms. Being on the list doesn't mean a firm is destined for bankruptcy. But it does mean the company faces severe constraints in terms of raising new capital, making new investments, and hiring. Instead of expanding, it may be far more inclined to sell assets, streamline or close divisions, and lay people off to cut costs and raise cash.

America's malls are going to end up looking a lot different. The retail sector is obviously getting hammered, with chains like Circuit City and Linens 'n Things already out of business. Many other retail chains are in trouble. Also on the bottom-rung list: Barney's; BCBG Maz Azria; Blockbuster; Brookstone; Claire's Stores; Eddie Bauer; Finlay Fine Jewelry; Harry & David; Loehmann's; Michael's Stores; Oriental Trading Co.; and Sbarro. Again, this doesn't mean the company is doomed. But many of these firms will restructure, close outlets, shrink, and find ways to transform themselves. So if you ever go back to the mall, and your favorite shop has disappeared, you'll know why.

martedì 24 febbraio 2009

Businesswomen arabe


Le aziende arabe che vantano la presenza di consiglieri donne nei consigli di amministrazione, realizzano utili superiori a quelli dei competitori che «ripudiano» le quote rosa nel cda. A rilevarlo è un'indagine dell'anno scorso condotta da Hawkamah, Istituto for Corporate Governance. In base ai riscontri ottenuti, le vendite realizzate dalle aziende con più di tre donne consigliere sono superiori del 42% rispetto ai risultati conseguiti delle aziende amministrate da solo da gentlemen. Quando le aziende sono quotate in borsa, il cda in rosa consolida mediamente un ritorno sul valore delle azioni del 53%. Nonostante le potenzialità e il valore aggiunto della donne nei cda delle aziende arabe, il numero delle donne top manager e di quelle presenti nei consigli d'amministrazione rimangono ancora bassi. Nei paesi del Golfo, su 4.254 consiglieri sono solo 63 i posti riservati alle donne. Con lo 0,1% , l'Arabia Saudita è il Paese arabo con il tasso di rappresentazione rosa nel cda più basso in medio oriente. Con rispettivamente il 2,7% e il 2,3 % il Kuwait e l'Oman sono i paesi dove le donne consigliere sono più rappresentate. In Kuwait invece, ci sono 30 donne su 1,101, mentre in Oman 21 su 905. Seguono Dubai con l'1,2%, il Bahrain con l'1% e il Qatar con l'0.3%. Negli Stati Uniti la rappresentanza rosa nei board è del 13,6%, in Norvegia è del 22%.


Nel mondo professionale e imprenditoriale femminile arabo si stanno sviluppando nuove dinamiche e trend molto interessanti. Innanzitutto ci sono due tipi di business woman. La prima è rappresentata dalle titolari di capitale accumulato senza lavorare ( le tipiche casalinghe saudite pagate per stare a casa o per viaggiare) o per ricchezza ereditata. E' un tipo di investitrice sofisticata che capitalizza la sua ricchezza soprattutto con la compravendita di azioni o di immobili. Non a caso, l'anno scorso, 18 milioni di azioni del Nasdaq Dubai sono state comprate e vendute da investitrici donne. L'altro tipo di manager araba è colei che lancia un nuovo business oppure si siede nel consiglio di amministrazione di un grosso gruppo in seguito all' acquisizione di una rilevante quota del pacchetto azionario. In altre parole, quando la business woman araba si trova dei filtri o delle barriere che la tengono fuori dal management, invece di entrare nel cda attraverso il merito, si conquista un posto da consigliera tramite l'acquisto delle azioni. Le donne arabe dispongono di grandi asset, soprattutto capitali liquidi. Negli Emirati, le donne controllano ricchezze che valgono 245 miliardi di dollari e che diventeranno 385 nel 2011. Le più ricche sono le saudite con 11 miliardi di dollari. Il 30% dei conti correnti del regno saudita sono intestati alle signore.


Contrariamente ai pregiudizi sulle condizioni economiche delle donne musulmane, lo statuto islamico sull'eredità avvantaggia più il portafoglio delle mogli e delle figlie rispetto a quello degli uomini. Il guadagno facile conseguito dai patrimoni ereditati dai parenti, quelli ottenuti grazie alle doti matrimoniali o alla buona uscita dei divorzi non deve far svalutare la capacità imprenditoriali delle donne arabe. L'anno scorso, uno studio di Barclays (Barclays Wealth Survay) ha rilevato come le donne arabe siano le più pratiche al mondo nella gestione di fondi di investimento e le più confidenti negli investimenti immobiliari e nella pianificazione pensionistica. All'università Americana di Beirut, negli anni ottanta, solo il 15% degli studenti in materie finanziarie erano donne. Oggi sono la metà. Secondo la ricerca intitolata "Women Business Owners in the UAE ( Le imprenditrici proprietarie negli Emirati) promossa dall'International Finance Corporation, la maggior parte delle imprenditrici negli Emirati Arabi hanno lanciato i loro business (come saloni di bellezze, agenzie per l'organizzazione di feste matrimoniali, e studi di interior design), senza richiedere prestiti bancari ma investendo i loro risparmi. Alla fine, nei paesi più conservatori, gli investitori più audaci sono le donne.

sabato 7 febbraio 2009

facebook: ricavi sotto le attese

Il fenomeno del Web del momento ha compiuto in questi giorni cinque anni. Facebook nasceva infatti nel febbraio del 2004 dall'intuizione di Mark Zuckerberg - non un ingegnere della Silicon Valley bensì un facoltoso e assai capace studente diciannovenne della Harvard University - e di Dustin Moscovitz e Chris Hughes. La ricorrenza per il sito di social networking più famoso al mondo, creato come rete virtuale per mantenere i contatti tra ex compagni di classe, ha due facce. Quella splendente dei suoi adepti, ormai oltre 150 milioni in tutto il mondo, ognuno dei quali con una media di 120 "amici" con i quali chattare e altro on line, e quella triste di un fatturato che stenta a decollare, visto e considerato che i 210 milioni di dollari di ricavi stimati per il 2008 (e i 230 milioni previsti dalla società di ricerca eMarketer per quest'anno) sono poco cosa rispetto ai numeri che muove Facebook. Che sono fra gli altri i seguenti: tre miliardi di minuti di accesso giornaliero a tutti i siti del network mentre, 850 milioni di nuove fotografie caricate ogni mese, un'audience in aumento del 127% (dati ComScore).Facebook ha sbancato ovunque – in Italia i suoi utenti sono ormai sei milioni (il 30% della popolazione Internet del Bel Paese – ed è globalmente riconosciuto come la massima espressione del Web 2.0. Eppure i suoi 800 dipendenti devono sperare in una veloce inversione di tendenza quanto a capacità di generare ricavi e conseguentemente utili: le entrate pubblicitarie sono quelle che sono e a pagare il conto delle grandi risorse informatiche necessarie per far funzionare l'attività di milioni e milioni di "amici" sono i soldi di fatto i soldi degli investitori (Microsoft, che ha una quota dell'1,6% della società fra questi). Senza scomodare Google, Yahoo! e Msn, la rivale MySpace ha un giro d'affari quasi triplo rispetto a Facebook (585 milioni di dollari di entrate nel 2008 e una previsione di 630 milioni quest'anno) in un mercato, quello del social network advertising, che si presuma possa arrivare nel 2009 a quota 2,8 miliardi di dollari su scala mondiale. Gli analisti finanziari continuano a valutarla dai 15 ai 20 miliardi di dollari ma di sbarco in Borsa – se n'è parlato a più riprese – al momento non se ne parla. In attesa di spegnere la sesta candelina in onore della sua creatura, Zuckerberg ha comunque ben donde di essere al settimo cielo: il suo patrimonio personale, secondo la rivista Forbes, oggi 24enne, è di circa 1,5 miliardi di dollari.

lunedì 26 gennaio 2009

finanza-26 Gennaio 2009

Partenza contrastata per le piazze finanziarie europee, che poi, all'insegna della volatilità, hanno riguadagnato a metà mattina il territorio positivo, con Milano +0,22% Mibtel e +0,38% S&P/Mib.Questa mattina erano partite in positivo Zurigo, Amsterdam e, di misura, Londra, mentre le altre (tra cui Parigi e Francoforte) erano in rosso. Segnali non positivi dal comparto delle materie prime e delle costruzioni. In arretramento gli automobilistici. Acquisti sugli assicurativi.E tra questi ultimi la olandese Ing ha segnato un balzo del 15%, dopo l'annuncio che l'amministratore delegato Michel Tilmant lascerà il gruppo e il taglio di 7 mila posti di lavoro. Ing chiuderà il trimestre con la seconda perdita consecutiva, pari a 3,3 miliardi di euro. A livello europeo lo sprint più deciso è però quello di Barclays, che vola del 24,8% dopo aver annunciato che l'investment bank e le attività di Lehman Brothers nel Nord America acquistate l'anno scorso stanno registrando utili, e che la crescita nei ricavi compenserà le ingenti svalutazioni, scongiurando la necessità di raccogliere capitaliA Milano tra gli assicurativi partenza difficile per Fonsai, incerte Mediolanum e Alleanza, mentre il settore bancario ha ripreso slancio (ma resta in rosso il Banco Popolare) dopo un avvio contrastato. Indicazioni positive arrivano da big come UniCredit, Intesa Sanpaolo e Mediobanca. Fanno decisamente meglio del listinoanche Ubi Banca (+1,95%) e Bpm (+1,71%) nonostante il taglio di target arrivato da Citi che ha indicato a 4 euro (da 4,1) il prezzo obiettivo per la banca milanese e a 11,5 euro (da 14) quello per la banca bresciano-bergamasca.Nel fine settimana il presidente di Bpm Roberto Mazzotta ha escluso possa venir cancellata la distribuzione dei dividendi agli azionisti, dicendo tra l'altro di guardare con attenzione ai Tremonti-bond. Il direttore generale Fiorenzo Dalu ha detto in un'intervista al Sole 24 Ore che il quarto trimestre del 2008 avrà utili in linea con il resto dell'anno. Nell'editoria avvio difficile per l'Espresso (-4,26%) e per Seat Pagine Gialle (-1,39%). A Milano subito in negativo di quasi il 3% il titolo Fiat: due banche d'affari ha ridotto il prezzo obiettivo assegnato al gruppo. Morgan Stanley ha tagliato il target price da 2,4 a 1,95 euro, mentre Cheuvreux lo ha ridotto a 5,2 euro (era a 8,8). I corsi hanno poi imboccato la strada della volatilità risalendo a 0,34% a 3,66 euro poco dopo le ore 10.Euro in recupero nei confronti del dollaro e della sterlina in avvio di settimana. Dopo aver toccato venerdì i minimi delle ultime sei settimane, la moneta unica si attesta sugli 1,29 dollari in apertura dei mercati continentali e segna 1,2907 (1,2826 venerdì). Stabile l'euro/yen a quota 114,52 (114,53), mentre si mostra ancora debole la divisa britannica. Un euro vale 0,9474 pound(0,9380).

giovedì 8 gennaio 2009

Financial Times, no a colosso Unicredit-Mediobanca-Generali

La creazione di un colosso finanziario Unicredit-Mediobanca-Generali, per quanto «politicamente attraente per alcuni», creerebbe «una nuova enorme concentrazione di potere aziendale» e «potrebbe non essere nell'interesse del Paese», oltre che dei componenti del nuovo gigante. Lo scrive sul Financial Times Paul Betts che, in un commento dal titolo "La discutibile logica di un colosso finanziario italiano", mette in guardia contro l'ipotesi di fusione tra Unicredit, Mediobanca e Generali di cui si è parlato sulla stampa italiana.«L'Italia si è sempre lamentata della sua mancanza di campioni nazionali di portata veramente globale», esordisce Betts nella sua rubrica "European View". Certo, il Paese ha una buona rete piccole e medie imprese «ma una nazione industrializzata ha bisogno anche di grandi gruppi multinazionali per sostenere il suo sistema economico e l'Italia può vantarne solo una manciata». Tra questi, Eni ed Enel, il gruppo Fiat, la Finmeccanica e Telecom Italia, ora «assai indebolita». Il consolidamento nell'industria bancaria ha creato due grandi banche, Intesa, soprattutto nazionale, e Unicredit, «paneuropea, almeno fino alle recenti difficoltà». «Ogni lista sarebbe incompleta senza Generali, uno dei tre principali assicuratori d'Europa».Ora «sembra» che ci siano tentativi di ravvicinare Unicredit, Mediobanca e Generali. Indubbiamente, secondo Betts, i tre insieme potrebbero formare uno dei più grandi conglomerati finanziari d'Europa. Secondo indiscrezioni pubblicate sulla stampa italiana, spiega, gli azionisti di controllo di Unicredit e Mediobanca avrebbero esaminato se una fusione tra le due banche sia possibile. «Le due parti hanno fin qui smentito di avere considerato anche informalmente una mossa del genere, ma nessuno crede loro davvero». Unicredit è il maggiore azionista di Mediobanca, con l'8,7%, ricorda il Financial Times. Un tempo considerata come la banca italiana più internazionale e meglio gestita, «Unicredit e il suo amministratore delegato, Alessandro Profumo, sono caduti dal piedistallo» in seguiti a «errori di valutazione» nella gestione della crisi finanziaria. Ora Unicredit sta rafforzando il suo capitale di base con la vendita di asset e ha lanciato un'emissione di 3 miliardi di euro di strumenti convertibili. «Se il capitale di base dovesse avere bisogno di ulteriore rafforzamento, allora una fusione con Mediobanca potrebbe essere un'opzione. La banca d'investimento milanese ha retto bene durante la crisi creditizia, ma potrebbe cominciare a sentirla». Mediobanca, ricorda Betts, ha recentemente lanciato attività bancaria al dettaglio per raccogliere fondi a buon mercato e ha ampliato il credito al consumo. «Ma queste mosse difficilmente faranno la differenza nel breve termine e la banca potrebbe essere tentata di rafforzare il suo finanziamento agganciandosi all'estesa rete al dettaglio di Unicredit». In ogni caso, «se effettivamente le due parti stanno discutendo, deve essere conveniente per entrambi farlo».«Supponendo che Unicredit e Mediobanca stiano discutendo una possibile fusione – si legge ancora sul Financial Times -, la concentrazione coinvolgerebbe anche Generali». Mediobanca è l'azionista centrale del gruppo assicurativo, con il 15%, mentre Unicredit possiede una quota più piccola, anche se ha detto che potrebbe venderla. «Non ci vuole molta immaginazione a ipotizzare una fusione tripartita tra Unicredit, Mediobanca e Generali», scrive Betts, avvertendo dei rischi di un matrimonio del genere. L'opinionista cita la lezione della recente crisi, che ha insegnato quanto sia pericoloso creare grandi conglomerati finanziari che mescolano insieme business «non familiari». Allianz, il rivela tedesco di Generali, «ha rimpianto amaramente la sua fusione con Dresdner, che ora sta scaricando a Commerzbank». «Fortis, Dexia e altre vittime della crisi hanno mostrato i limiti del modello "bancassurance"». «Aig è stata trascinata giù non tanto dal suo business assicurativo ma dalla sua unità bancaria che ha investito in prodotti subprime».

martedì 7 ottobre 2008

I problemi quotidiani della nostra Italia...part I

Il premier: «Sarà reato fare i graffiti»
Berlusconi: procedura d'urgenza per sanzionare i graffitari. Sgarbi: bisogna distinguere. E Penati: sbaglia


Graffitari in azione (Emblema)Decretazione senza quartiere. In tutti i campi. Perché «soltanto attraverso i decreti legge è possibile il cambiamento». Non è la prima volta che il premier lo dice, anzi. Ma ieri sera, concludendo la festa del Popolo della libertà in corso a Milano, Silvio Berlusconi è apparso più determinato che mai. E anzi, ha annunciato che adotterà la procedura d'urgenza anche per sanzionare i graffitari, coloro che devastano il volto delle città armati di bombolette spray. «Non è possibile — ha tuonato il premier — che ancora ci siano certi comportamenti: sporcare i luoghi pubblici deve diventare un reato. Sull'argomento presenterò un ddl al prossimo Consiglio dei ministri di venerdì a Napoli». Il premier sembra fermarsi e invece riprende indignato: «Bisogna farla finita con i cosiddetti graffiti perché in alcune nostre città non sembra di stare in Europa ma in Africa».

venerdì 26 settembre 2008

Crisi immobiliare. Si inizia a tremare anche in Europa?


Non è solo il mercato immobiliare Usa a tremare: segnali allarmanti anche da Spagna

Non è solo il mercato immobiliare americano a tremare. Arrivano segnali allarmanti anche dal mattone spagnolo: fra gennaio e luglio di quest'anno le vendite di case sono calate del 27%. Lo ha comunicato l'Istituto Nazionale di Statistiche Ine. Nel solo mese di luglio ci sono state 46.467 operazioni di compravendita. Si tratta del 26,3% in meno rispetto allo stesso mese del 2007.

mercoledì 24 settembre 2008

Ricordate chi è Kervièl?


Nell'anno della crisi finanziaria più incendiaria che sta mandando in fumo enormi ricchezze esce in forma di fumetto la storia che ha aperto quest'anno difficile. Lunedì viene pubblicato in Francia il tanto atteso " Le journal de Jérome Kerviel"di Lorentz illustrato da Nicolas Million edito da Thomas Editions, il cui protagonista è proprio quel giovane trader della Société Generale che alla sua società ha causato un buco di quasi 5 miliardi di euro.Una perdita ingente prodotta dalla spregiudicatezza di un uomo solo di appena 31 anni alla cui storia si spira il fumetto in forma di diario che ripercorre le tappe dello scandalo finanziario. Come da semplice e oscuro funzionario di back office Kerviel sia riuscito ad accumulare posizioni per almeno 60 miliardi di euro su futures legati agli indici di Borsa, i più semplici e primitivi tra i prodotti derivati, dei quali Société Générale è leader mondiale.Una "graphic novel" esemplare su come farsi beffa di un sistema di controllo e di gestione del rischio apparentemente inviolabile ma nei fatti esposto alle manipolazioni di un singolo dipendente. Oltre al buco di 4,9 miliardi da lui prodotto , c'è il danno conseguente dalla inevitabile chiusura delle posizioni nei giorni di mercato peggiori degli ultimi anni tanto da costringere la banca a una svalutazione di 2 miliardi legata alla crisi dei subprime e a una ricapitalizzazione da 5,5 miliardi di euro per compensare l'erosione patrimoniale. Dalla vicenda inquietante che ha rafforzato il partito di quanti premono e tra questi vi è il governo francese per un controllo rafforzato delle autorità di vigilanza esce una storia esilarante. Insomma sembrano lontani i tempi dei drammi e dei suicidi per i crack finanziari, adesso si gioca a un nuovo gioco: "bucopoli" .

Crisi finanziaria: Fbi indaga su Freddie, Fannie, Aig e Lehman

L'Fbi ha avviato una inchiesta su quattro dei principali protagonisti della crisi dei mutui per capire se ci sono state irregolarità o frodi. L'inchiesta riguarda Freddie Mac e Fannie Mae, i giganti dei mutui immobiliari; Lehman Brothers, la banca d'affari fallita nei giorni scorsi; Aig (American international group) , il colosso delle assicurazioni salvato dalla Federal Reserve. Ci sono almeno 26 episodi a carico delle quattro società finiti sotto la lente degli investigatori del Federal Bureau of investigation per presunte frodi, ha detto un funzionario Fbi che ha chiesto di restare anonimo. L'inchiesta, precisa il funzionario, è in una fase preliminare.
L'Fbi indaga sulle possibili responsabilità delle società che hanno portato alla crisi più importante di Wall Street dagli anni della Grande depressione nel 1929. Fannie e Freddie, le due grandi agenzie semi-pubbliche dei mutui che garantiscono il 40% dei mutui in essere negli Stati Uniti, e il gruppo assicurativo Aig sono stati salvati dall'invervento del Governo questo mese. Lehman è fallita per bancarotta. La crisi ha portato inoltre l'ammnistrazione Bush a lanciare un piano straordinario di salvataggio da 700 miliardi di dollari, appena presentato al Congresso, per garantire la stabilità delle istituzioni finanziarie Usa. I portavoce delle rispettive società hanno preferito non rilasciare commenti sull'inchiesta Fbi.
Anche la Securities and Exchange Commission ha aperto un'indagine sulle quattro società per "violazioni civili". Ambienti vicini all'inchiesta Fbi fanno sapere che altre società sarebbero nel mirino degli investigatori, tra cui IndyMac Bancorp inc. e Countrywide Financial corp.
In Italia intanto il Codacons denuncia che «sono 40.000 i risparmiatori italiani coinvolti nel crack Lehman Brothers» e preannuncia una class action contro banche e società di rating.
fonte: ilsole24ore

domenica 21 settembre 2008

Capitalizzazioni di mercato

(ANSA)- NEW YORK, 20 SET -Wall Street in saldo.La crisi subprime piega le grandi societa' Usa e i nomi storici,della finanza e non,vedono crollare il proprio valore. In termini di capitalizzazione di mercato, la Fiat vale quasi il doppio di General Motors e un poco di piu' dell'altro colosso di Detroit, la Ford. Analogo, ma ancor piu' evidente e' confronto fra le banche: Unicredit e IntesaSanpaolo, con una capitalizzazione pari a 51 e 47 miliardi di euro, valgono molto di piu' di Morgan Stanley e Merrill Lynch.

L'ultima spiaggia...




(ANSA) - ROMA, 21 SET - Il commissario straordinario di Alitalia (Milano: AZA.MI - notizie) pubblichera' una sollecitazione a presentare entro il 30/9 offerte pubbliche per la compagnia. Fantozzi, sentito dal Messaggero, prosegue l'esplorazione per individuare alternative al progetto di Cai per il momento naufragato. Domani l'annuncio apparira' sul sito Alitalia, martedi' su tre giornali italiani e su un quotidiano finanziario internazionale. Si cercano soggetti in grado di garantire continuita' del servizio per uno o piu' rami di azienda.


Ce la farà?

martedì 16 settembre 2008

Lehman, crack da 613 mld $.

«Parte delle procedure di Chapter 11 prevedono che gli uffici siano chiusi con una certa gradualità» e l'Italia non fa eccezione, dato che «Lehman Italia non esiste come società indipendente ma dipende da Londra, le cui sorti sono chiare». Lo ha detto all'agenzia Radiocor Rainer Masera, managing director per l'Italia di Lehman Brothers. Man mano che i curatori prendono il controllo delle diverse attività, spiega Masera, «ci sarà la chiusura degli uffici» e per quanto riguarda l'Italia, la prospettiva che la chiusura si completi entro la settimana è indicata come «credibile».
Seimila licenziamenti in Europa
La banca statunitense Lehman Brothers ha ufficialmente chiesto oggi al tribunale fallimentare di New York l'amministrazione controllata ex articolo 11. Nell'atto con cui ha formalizzato la sua bancarotta, Lehman indica di aver debiti per la somma colossale di 613 miliardi di dollari. Lo anticipa il Wall Street Journal nella sua edizione online. Lehman Brothers, già quarta e blasonata banca d'investimenti di Wall Street, ha anche deciso, secondo quanto riportato dall'agenzia AdnKronos, il licenziamento di 6 mila dipendenti in Europa, comprese, per quel che riguarda l'Italia, il personale delle sedi di Milano (120) e Roma (20). I licenziamenti sono operativi da subito. Stamane il broker Usa, il cui titolo è stato sospeso dagli scambi mentre il valore tendeva ormai ad azzerarsi, ha inoltrato la richiesta di protezione dai creditori garantita dal capitolo 11 del diritto fallimentare Usa. Circa 26 mila persone in tutto il mondo lavorano per Lehman, di cui per l'appunto seimila in Europa, e oltre 10 mila soltanto a New York. E la Grande Mela si prepara a un nuovo terremoto. La crisi del fine settimana nel settore bancario potrebbe provocare una perdita di altri 50 mila posti di lavoro in una città e un settore che dall'inizio dell'anno ne ha persi già centomila. Per far fronte all'emergenza Michael Bloomberg, il sindaco miliardario ex trader di Salomon Brothers, ha convocato un vertice a City Hall con i suoi più stretti collaboratori.

sabato 13 settembre 2008

Articolo su Alitalia molto interessante (Storia)


http://www.soldieborsa.it/notizie/ultime/i-personaggi-di-una-vicenda-alitaliana.html

in particolare si tratta di un articolo preso dal nuovo sito creato da un mio amico, studente di economia e finanza.


venerdì 12 settembre 2008

Paradosso subprime: Lehman Brothers vale meno della Popolare di Sondrio

La crisi subprime americana ha messo al tappeto i colossi delle case di investimento d'Oltreoceano, simboli della finanza mondiale. Al punto che, dopo l'ulteriore tonfo di oggi, la capitalizzazione di Lehman Brothers (intorno alle 19 italiane di giovedì le azioni accusano un calo del 32%) è inferiore a quella della Popolare di Milano e della Popolare dell'Emilia Romagna. Più o meno in linea con quella della Popolare di Sondrio.Anche le big Morgan Stanley, Merrill Lynch e Goldman Sachs valgono meno, almeno tenendo conto dei prezzi di Borsa, delle nostrane Unicredit e IntesaSanPaolo. In verità per valutare gli istituti occorre tener conto del valore degli asset, delle attività, nonché dell'esposizione finanziaria di ciascun istituto. D'altra parte il mercato, con le proprie quotazioni, fornisce sempre una buona misura del polso. Numeri alla mano Lehman Brothers oggi capitalizza circa 3,4 miliardi di dollari, ovvero 2,47 miliardi di euro (tenendo conto dell'attuale cambio euro-dollaro a 1,3927). Insomma quanto la Popolare di Sondrio, o forse meno se se prendessimo in considerazione i minimi toccati oggi dalle azioni della banca d'affari Usa (la capitalizzazione dell'investment bank e' scivolata fino a 2 miliardi di euro). L'istituto milanese presieduto da Roberto Mazzotta, ai corsi di Borsa vale 2,7 miliardi e la Bper 2,8 miliardi. Sempre in termini di paragone, Lehman vale meno della metà della banca d'affari italiana Mediobanca (7,6 miliardi). Molto meno anche del Monte dei Paschi (9,9 miliardi), di Ubi (9,5 miliardi) e del Banco Popolare (7,9 miliardi). A una distanza che appare quasi siderale rispetto ai colossi nostrani Unicredit (49,5 miliardi) e IntesaSanPaolo (45,2 miliardi), con i quali non vincono la gara nemmeno big del calibro di Goldman Sachs (43,3 miliardi di euro), Morgan Stanley (41,29 miliardi di dollari) e Merill Lynch (22,2 miliardi). Solamente Jp Morgan (98,37 miliardi di euro) e Citi (70,69 miliardi) continuano a mantenere la leadership, almeno in termini di capitalizzazione. (Radiocor)

sabato 6 settembre 2008

Atenei poli d'innovazione

Riprendendo un'intervista fatta da ilsole24ore, notiamo ancora una volta che la vera essenza dello sviluppo è insita nella ricerca. Ma vediamo meglio cosa dice il boss della Silicon Valley.
«Se abbiamo la Silicon valley lo dobbiamo alle università»: parola di John Hennessy, il tecnologo che presiede l'ateneo Stanford, in California, il "serial entrepreneur" che per primo ha scalato i vertici di un campus Usa.La maggior parte delle università americane, gestite con criteri privatistici, sono molto avanzate nella ricerca. Riescono a ottenere fondi, a fare investimenti e a conquistarsi brevetti. Che mettono a reddito. Nel senso che trasformano le idee in attività produttive, in vere e proprie start-up che poi spesso arrivano in Borsa o vengono acquistate da grandi gruppi. In tal modo, oltre a diventare un elemento propulsivo dell'economia, le università Usa riescono stimolare la ricerca e a motivare i giovani tecnologi. Oltre, naturalmente a finanziarsi.La California, grazie anche al follow-up dei laboratori universitari, ha dato i natali alla Silicon valley, ancora oggi il maxidistretto mondiale dell'Information communication technology (Ict). Hennessy è un tecnologo. Tra gli addetti ai lavori viene considerato un pioniere dell'hi-tech. Oltre ad essere docente in California vanta una grande esperienza nella creazione di imprese ad alto contenuto tecnologico: da qui la qualifica di "imprenditore seriale".Abbiamo incontrato Hennessy dopo l'intervento al meeting Ambrosetti, in occasione di una sessione che si è svolta nell'ambito del servizio Ap (Aggiornamento permanente) riservato alla prima linea mangeriale di cui fanno parte oltre 800 manager delle più importanti aziende italiane.
Ingegner Hennessy, visto il suo curriculum e la sua esperienza, la prima domanda è d'obbligo. Qual è il ruolo economico, sociale e politico che le università possono giocare nella crescita?
È indubbio che, specialmente negli Stati Uniti, le università rappresentano un fattore chiave per costruire lo sviluppo. Oltre a rappresentare un forte elemento di modernizzazione della società. Non le sto a ricordare tutte le invenzioni chiave che sono uscite dai laboratori, o le centinaia di start-up lanciate da nostri studenti, alcune molto note, specialmente nel settore internet.
Cosa fate, in concreto, all'università di Stanford? E perché siete così famosi e autorevoli?
La correggo. Sono pur sempre un professore. Forse non tutti lo sanno, ma Stanford non è una città, è una persona. Come Bocconi. E quindi si deve dire università Stanford. Forse siamo famosi perché da noi si sono laureati John Mc Enroe e Tiger Woods. Ma da noi insegnano anche una ventina di premi Nobel. Nel 1952 proprio uno dei nostri docenti vinse questo riconoscimento per aver scoperto la risonanza magnetica. Se lei oggi ha un problema fisico che non sia osseo, ma legato alle parti molli del suo corpo, fa la Tac. E dobbiamo dire grazie alla nostra ricerca.
Qual è il ruolo che ha giocato l'università Stanford per lo sviluppo del territorio?
Guardi, con poca modestia le racconterò la mia storia. Nel 1977, quando sono arrivato all'università Stanford come assistente ed esperto di informatica, il centro dell'elettronica e delle telecomunicazioni americane era localizzato sulla costa atlantica degli Stati Uniti. Se si voleva trattare questi temi, bisognava prendere l'aereo e fare un lungo viaggio. Lì c'erano i mitici Bell laboratories, la Ibm e la Dec. Pensi che quest'ultima è già "morta" un paio di volte, prima acquistata dalla Compaq e poi dall'Hp. In California c'era solo Intel (che allora produceva dischi magnetici) e nessuna società di software. Grazie anche all'impulso delle università oggi esiste appunto la Silicon valley. Che, nonostante l'ormai dimenticata bolla di internet, sta andando a gonfie vele. Lì c'è l'innovazione e il futuro di internet sia come prodotti sia come software sia come sviluppo della rete e dei nuovi servizi. Certo, la svolta è stata data dai microprocessori, dal personal computer e dal web.
È anche per questo che Stanford è un eccezionale polo di attrazione?
Noi siamo un sistema aperto. Oggi il 35% dei nostri studenti sono stranieri. Con punte del 58% per ingegneria.
Da dove arrivano queste nuove leve?
Il primo Paese è la Cina, seguita dall'India. Ma l'aspetto più importante, e lo voglio
sottolineare, è che la maggior parte di queste persone rimane in California o negli Stati Uniti e fonda, o va comunque a lavorare, in aziende hi-tech continuando quindi ad alimentare il circolo virtuoso dello sviluppo. Devo anche confessarle che alcuni dei talenti migliori sono andati fuori corso o non hanno ancora terminato il loro dottorato di ricerca perché attratti dalle sirene dell'industria (che qui suonano le note dei dollari).
Che suggerimenti si sente di dare al nostro Paese per migliorare i rapporti, molto
difficili, tra industria e università?
Il tema è ostico e complesso in tutto il mondo. Perché i due protagonisti parlano lingue diverse e, spesso, hanno culture d'impresa molto diverse. Non esistono quindi formule magiche. Io stesso sono diventato imprenditore quasi per forza, dal momento che nessuno voleva industrializzare il mio brevetto Risc. Detto questo, la prima cosa da fare è un sistema universitario basato sulla meritocrazia sia per i docenti sia per la selezione degli studenti. Serve poi una forte mobilità tra i due attori, elemento che favorisce la circolazione delle idee. Un altro fattore importante è, non sembri paradossale in tempi di globalizzazione, la "prossimità fisica": bisogna promuovere la politica delle "porte aperte". È anche utile incoraggiare giovani e professori ad assumersi dei rischi. Ma la modalità migliore per rendere feconda l'innovazione e il trasferimento tecnologico è rappresentata da un grande rispetto reciproco tra entrambi i partner.

mercoledì 3 settembre 2008

Scattano i nuovi piani per le vecchie prepagate

Operazioni differenti ma entrambe fortemente criticate da clienti e associazioni di consumatori. Sono le decisioni di Tim e Vodafone di intervenire su alcuni profili tariffari prepagati – per le quali anche lo Sportello reclami del Sole 24 Ore ha ricevuto richieste di chiarimento – e che sono finite nel mirino dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e dell'Antitrust. Annunciate ai clienti alla fine di luglio-inizio agosto tramite Sms, sito internet e avvisi sui quotidiani, prevedono una serie di variazioni delle condizioni applicate finora. Ecco una sintesi.TimTim aumenterà dal 9 settembre il costo delle chiamate voce di 0,05 cent al secondo (3 cent al minuto) per dieci piani tariffari prepagati. Restano invariati, invece, lo scatto alla risposta, quando previsto, e il costo degli Sms. Per compensare il ritocco verso l'alto l'operatore offre la possibilità di attivare gratuitamente, dal 9 settembre al 31 dicembre, l'opzione Tim -50% Long che prevede uno sconto del 50% sulle chiamate verso altri numeri Tim dopo il secondo minuto di conversazione (dopo un anno, per mantenere la riduzione occorreranno ricariche di almeno 15 euro ogni 30 giorni). In base ai calcoli dell'operatore, con questa opzione su una chiamata di quattro minuti, pur a fronte del rialzo delle tariffe, si risparmia fino al 18% rispetto ad ora. L'associazione di consumatori Altroconsumo, però, evidenzia che su una chiamata di circa due minuti i rincari arrivano al 20%. «Le modifiche – afferma Fabrizio Gorietti, responsabile marketing di Tim – devono essere valutate tenendo conto che negli ultimi anni le tariffe sono scese del 30% e anche quest'anno nel loro complesso continueranno a scendere. In questo contesto noi diamo la possibilità ai clienti di cambiare profilo tariffario e abbiamo a disposizione piani molto convenienti tra i quali scegliere». I clienti Tim possono infatti mantenere il piano utilizzato ora anche a fronte dei rincari, oppure passare gratuitamente a un altro oggi disponibile o ancora recedere con restituzione del credito residuo o passare ad altro operatore con la procedura di portabilità del numero.VodafoneL'operazione avviata da Vodafone è conseguenza della necessità di ridurre il numero di piani tariffari da parte dell'operatore. Degli oltre 100 piani lanciati in 13 anni, sottolinea l'azienda, alcuni non consentono nemmeno ai clienti di accedere alle nuove promozioni. Per questo motivo 31 vecchi profili tariffari confluiranno in sette nuovi creati appositamente e non sottoscrivibili dai clienti non coinvolti nell'operazione. Le variazioni comportano un allineamento del costo degli Sms a 10 cent, quello dello scatto alla risposta a 16 cent mentre per il costo al minuto le modifiche cambiano da piano a piano. Alle critiche di aver aumentato la spesa per gli utenti (secondo Altroconsumo fino al 34% su una chiamata di due minuti) Roberto Larocca, direttore divisione consumer di Vodafone Italia sottolinea che « i numeri presentati dall'associazione sono tutti da verificare: la spesa del cliente dipende dall'effettivo uso del telefonino. Nei nuovi piani ogni cliente troverà sempre almeno una voce più conveniente come il prezzo degli Sms che si riduce passando da 15 a 12 cent o da 12 a 10 cent». Gli utenti Vodafone, le cui novità scatteranno dal 1°ottobre, possono accettare le modifiche, attivando eventualmente e gratis entro il 30 settembre la promozione Infinity che consente di parlare gratuitamente con altri numeri Vodafone dopo il primo minuto, oppure passare a uno dei cinque piani tariffari che oggi compongono l'offerta prepagata o ancora scegliere il piano «Easy day special». C'è anche la possibilità di recedere o di passare ad altro operatore.DiffidaIn attesa di un pronunciamento di Agcom e Antitrust che potrebbe imporre uno stop alle operazioni (ma una decisione analoga di Wind fu sanzionata dopo molti mesi solo per le modalità di comunicazione della stessa, ndr), l'associazione di tutela dei consumatori Aduc sottolinea che la rimodulazione delle tariffe è da ritenersi illecita in quanto il Codice del consumo non permette la modifica unilaterale delle tariffe se non specificatamente previsto dal contratto e per giustificati motivi. Di conseguenza ha reso disponibile sul proprio sito (www.aduc.it) un fac-simile di diffida da inviare agli operatori affinché vengano mantenute le condizioni attuali.

fonte: ilsole24ore.com

venerdì 8 agosto 2008

Maximulta dell'Antitrust alle banche

L'Antitrust ha inflitto una multa da quasi 10 milioni di euro a 23 banche per aver «impedito o reso troppo onerosa per i consumatori, già titolari di un mutuo, la surrogazione del mutuo stesso». Lo ha reso noto, anticipando la comunicazione ufficiale dell'Antitrust, l'associazione dei consumatori Altroconsumo. Le multe - per un totale di 9,680 milioni di euro - vanno da un massimo di 500 mila euro (a carico di Unicredit Banca, Unicredit Banca di Roma e Deutsche Bank) a un minimo di 300 mila euro di Banca Sella. Come emerge dal comunicato dell'Autorità antitrust, per il gruppo Unicredit occorre tener conto anche delle multe di 450mila e 420 mila euro a carico di Banco di Sicilia e Bipop Carire. Per Intesa SanPaolo, solo la multa per la capogruppo, di 480 mila euro.
Le multe sono commisurate alla gravità e alla durata dei comportamenti attuati da ciascun istituto di credito, ma anche alle dimensioni dell'istituto. Cinquecentomila euro è la sanzione massima che l'autorità può applicare: una puntura di zanzara per i colossi del credito che però subiscono un pesante danno di immagine.
A livello di gruppo, chi ne esce peggio è Unicredit che si è vista appioppare sanzioni per complessivi 1,87 milioni di euro. Un portavoce dell'istituto guidato da Alessandro Profumo ha spiegato che «la decisione sull'eventuale impugnazione della decisione Antitrust sarà presa dai legali nei prossimi giorni, dopo un'approfondita valutazione del provvedimento. Unicredit - ha aggiunto - ribadisce che le banche del gruppo hanno operato sempre in modo corretto».
«Pesante» il bilancio anche per il gruppo UBI Banca che si è visto multare quattro istituti del gruppo (Pop Bergamo, Banco di Brescia, Banca Regionale Europea e Pop Commercio Industria) ciascuno per 450mila euro.
A giugno un'inchiesta del settimanale del Sole 24 Ore, Plus24, aveva pubblicato i dati di una indagine del Consiglio nazionale del notariato da cui emergeva che il «trasloco» del mutuo restava un miraggio.In alcuni casi - spiega l'Autorità guidata da Antonio Catricalà - le imprese «hanno orientato il cliente a scegliere la più costosa opzione della sostituzione. In altri casi hanno fatto pagare oneri non previsti dalla legge. Alcune banche hanno adottato entrambi i comportamenti a danno del consumatore. Violato l'obbligo di diligenza professionale previsto dal Codice del Consumo, anche con informazioni incomplete e inesatte».
Le istruttorie erano state avviate il 24 aprile, il 5 e il 9 maggio 2008, alla luce di una segnalazione inviata dall'associazione Altroconsumo e di ulteriori denunce, pervenute anche tramite il Call Center dell'Autorità, di singoli consumatori, che evidenziavano la mancata applicazione, da parte di molte aziende bancarie, delle norme in materia di portabilità gratuita dei mutui. Secondo l'Autorità le banche oggetto di istruttoria, con diversi comportamenti, analizzati dettagliatamente nei singoli provvedimenti e distintamente sanzionati, in ragione del tipo e della gravità della violazione accertata, della loro durata e della dimensione delle banche, «hanno negato o comunque ostacolato la portabilità gratuita (surroga) dei mutui da parte della clientela, prevista dalla legge, venendo meno agli obblighi di diligenza professionale e fornendo informazioni incomplete o non veritiere alla clientela».
Le pratiche commerciali scorrette accertate dall'Autorità Antitrust
Sostituzione invece della surroga Per l'Autorità, Intesa Sanpaolo, Bnl, Deutsche Bank, Banca Popolare di Sondrio, la Banca Popolare di Vicenza con la controllata Banca Nuova, nonché Banca Popolare di Bergamo, Banco di Brescia, Banca Regionale Europea, Banca Popolare Commercio e Industria, appartenenti al gruppo UBI Banca, hanno proposto alla clientela, nel corso di periodi risultati diversi sulla base dei singoli accertamenti istruttori, la più costosa pratica della sostituzione. In tal modo, attraverso i passaggi necessari per la sostituzione del mutuo (estinzione del mutuo/apertura del nuovo mutuo, cancellazione ipoteca/iscrizione nuova ipoteca) le banche in questione hanno trasformato in oneroso ciò che la legge prevedeva come gratuito.
Surroga attiva ma con oneri a carico dei consumatoriIn base agli accertamenti istruttori condotti dall'Autorità, le società Monte dei Paschi di Siena, Banca Antonveneta, Banca Carige, Banca Sella,Credito Artigiano, Credem e Bipop Carire, appartenente al gruppo Unicredit, e Banca Popolare di Verona, San Geminiano e San Prospero, e la Banca Popolare di Lodi, appartenenti al gruppo Banco Popolare, hanno attivato la portabilità del mutuo, ma – a tal fine - hanno imposto, in misura differenziata, oneri ai consumatori non previsti dalla legge.
Sostituzione invece della surroga e surroga onerosa L'Autorità ha accertato che Unicredit Banca, Banco di Sicilia e Unicredit Banca di Roma, appartenenti al gruppo Unicredit, e Banca Popolare di Milano, dapprima non hanno effettuato operazioni di surroga ma unicamente di sostituzione dei mutui. Solo successivamente hanno effettuato la surrogazione attiva, ma ponendo comunque a carico della clientela, in diversa misura, oneri non consentiti.
Secondo l'Autorità le tipologie di comportamento accertate sono in contrasto con il dovere di diligenza professionale previsto dal Codice del Consumo.
Inoltre, gli istituti «hanno violato i doveri di corretta informazione previste dal Codice del Consumo, prospettando, ingannevolmente, la sostituzione del mutuo quale soluzione unica o preferibile offerta al consumatore dal mercato e dalla legge, o, nel caso della surroga onerosa, rappresentando lacunosamente o ingannevolmente alla clientela la disciplina vigente in materia».

fonte: ilsole24ore