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lunedì 20 aprile 2009

schema ponzi

Lo schema di Ponzi (spesso confuso con lo schema piramidale o il marketing multilivello) è un modello economico di vendita truffaldino che promette forti guadagni alle vittime a patto che queste reclutino nuovi "investitori", a loro volta vittime della truffa.

Lo schema di Ponzi permette a chi comincia la catena e ai primi coinvolti di ottenere alti ritorni economici a breve termine, ma richiede continuamente nuove vittime disposte a pagare le quote. I guadagni derivano infatti esclusivamente dalle quote pagate dai nuovi investitori e non da attività produttive o finanziarie[1].
Il sistema è naturalmente destinato a terminare con perdite per la maggior parte dei partecipanti, perché i soldi "investiti" non danno alcuna vera rendita né interesse, essendo semplicemente incamerati dai primi coinvolti nello schema che li useranno inizialmente per rispettare le promesse. La diffusione della truffa spesso diventa di tale portata da renderla palese, portando alla sua interruzione da parte delle autorità.
Le caratteristiche tipiche sono:
Promessa di alti guadagni a breve termine
Ottenimento dei guadagni da escamotage finanziari o da investimenti di "alta finanza" documentati in modo poco chiaro
Offerta rivolta, all'epoca in cui fu architettata la truffa, ad un pubblico non competente in materia finanziaria
Investimento legato ad un solo promotore o azienda
Risulta evidente che il rischio di investimento in operazioni che sfruttano questa pratica è molto elevato. Il rischio è crescente al crescere del numero degli iscritti, essendo sempre più difficile trovare nuovi adepti.
In Italia, Stati Uniti e in molti altri Paesi, questa pratica è un reato, essendo a tutti gli effetti una truffa.
Esempio [modifica]
Un promotore promette guadagni fuori dagli standard su un investimento a breve termine, spesso riferendosi in termini fumosi a meccanismi complessi o inesistenti.
Senza un investimento documentato, solo pochi investitori danno fiducia al promotore, il quale si assicura di rispettare i patti: pagherà quanto pattuito, anche se lo farà andando in perdita o più spesso prelevando fondi versati da nuovi investitori. In seguito così potrà beneficiare della sua buona fama per far aumentare il capitale investito e il numero degli investitori.
I primi investitori, ripagati, reinvestiranno i fondi e parleranno bene dell'investimento attirando nuove vittime, fino a che il promotore, giunto al massimo del guadagno, sparirà nel nulla con i soldi presenti in quel momento.
Spesso tuttavia la difficoltà di reperire nuovi adepti porterà lo schema a collassare da solo, non riuscendo a ripagare gli investimenti o venendo scoperto dalle forze dell'ordine

esempio celebre di uno schema Ponzi è quello messo in piedi dall'ex presidente del Nasdaq Madoff

domenica 29 marzo 2009

Focus sul modello della tripla elica


Il modello della tripla elica (triple helix) è basato sulla stretta cooperazione tra tre enti di tipo diverso, i tre pilastri della prosperità di un paese:

-università

-imprese

-Stato


Il funzionamento del modello avviene a partire dallo Stato, che dovrebbe ricoprire il ruolo di mediator, e influenzare la cooperazione e le sinergie tra università (o enti di ricerca) e imprese, e tra le imprese stesse. La ricerca va incentivata, vanno destinati fondi sempre maggiori allo sviluppo di tecnologie, e all'incremento e diffusione del know-how ossia della conoscenza. Per fare questo ci vuole l'intervento statale, un intervento mirato e attivo. Cosa che purtroppo manca in Italia. Addentrandoci nel modello scopriamo che il vero know-how viene generato dalla collaborazione delle imprese con le università, in un'ottica di interscambio. Le università creano conoscenza, che deve essere trasferita alle imprese (per non finire quindi inutilizzata). Le imprese a loro volta dovrebbero remunerare la ricerca; preferisco parlare in termini di interscambio di conoscenza. Per cui le imprese a loro volta devono essere attive nella ricerca, cooperare piuttosto che incentivare. Quindi avviene un vero e proprio scambio di risorse e di conoscenza. Questo processo viene soltanto indotto dallo Stato. Maggiore è l'incentivo dato alle imprese e alle università, maggiore sarà l'output totale. La vera forza degli Stati Uniti è il buon funzionamento di questo modello. In Italia manca questo tessuto culturale, si spera soltanto che cambi qualcosa in un futuro a noi vicino

Tripla elica

Negli Stati Uniti il modello della Tripla Elica ha generato un incremento impressionante nella produttività del sistema della “Ricerca Applicata”, con ricadute interessanti nel mondo dell’industria e dei servizi e relativi positivi risvolti occupazionali.Ecco l'esempio di una esperienza eccellente:Guven Yalcintas è il Vice Presidente del Technology Transfer Office della State University di New York. L’ente si occupa della “mediazione” tra Imprese, Università e Stato: fa parte di una fondazione indipendente che mantiene la “dovuta distanza” tra i tre elementi che compongono l’elica. Un simpatico cinquantenne, con aria da neo-pensionato in vacanza a Torino, si rivela il responsabile di una “macchina” con un budget annuale da 800 milioni di dollari totalmente dedicato alla ricerca, che sforna per l’industria 450 brevetti l’anno.L’inizio di questa avventura -alla fine degli anni ottanta- è stato pionieristico, quando questo “ex professore universitario” era in cerca di 200 mila dollari per “mettere in piedi” un Technology Transfer Office. Banche, Assicurazioni, Fondazioni, Privati, ecco dove andare a cercare questa “imponente” cifra: non avrebbe mai pensato di arrivare quindici anni dopo a moltiplicare per 4000 volte il budget “sognato”.
Il concetto di Technology Transfer in Italia è poco applicato proprio perché è spesso difficile “far parlare” le imprese ed il mondo dell’Università anche a causa delle dimensioni ridotte delle nostre aziende: la correlazione tra progetti svolti e risultati ottenuti spesso non è immediata o così strettamente controllata come negli USA dove la selezione dei progetti da finanziare è estremamente attenta e porta matematicamente alla generazione di brevetti e nuovo Know-how .

giovedì 12 marzo 2009

More Companies At Risk of Failing

Moody's, the ratings agency, recently published a list of "bottom rung" companies most likely to default on their debt. The criteria are technical, but the upshot is that a lot of companies are in deep trouble - and the list is getting longer, not shorter. Moody's predicts that the default rate on corporate bonds this year will be three times higher than in 2008, and 15 times higher than in 2007. Defaults are often the last step before a bankruptcy filing. And bankrupt companies, obviously, don't usually hire people. They dramatically shed costs and workers and sometimes liquidate completely, firing everybody.
[See 15 firms that might not survive 2009.]
So the Moody's findings help explain why most economists expect the unemployment rate, now 8.1 percent, to rise as high as 9 or 10 percent before it starts to drift back down. And right now, real and perceived fears about job security are the main force driving a contraction in consumer spending, and the economy as a whole. Here's what the bottom-rung report tells us about the next several months:
There will be a lot more bankruptcies. Moody's places 283 companies on its bottom-rung list, up from 157 a year ago. Since the quarterly list was last updated, 73 additional companies have fallen to the bottom rung. Twenty-four companies made their way off the list - but mostly because they defaulted on their debts. Only one company, Landry's Restaurants, got off the list because its circumstances improved.
[See why bank nationalization terrifies Wall Street.]
Companies exposed to consumer spending have it toughest. The industries most represented on the list are media, automotive, retail and manufacturing. Companies in the most acute danger are those with reduced cash flow and a high debt load. A lot of big, well-known companies are in danger. On the list: Advanced Micro Devices; AirTran; AMR (parent of American Airlines); Chrysler; Duane Reade; Eastman-Kodak; Ford; General Motors; JetBlue; Krispy Kreme; Palm; R.H. Donnelly; Reader's Digest Association; Rite-Aid; UAL (parent of United Airlines); Unisys; and US Airways.
Many of the other firms on the list are second- or third-tier suppliers to automakers, airlines, and other troubled firms. Being on the list doesn't mean a firm is destined for bankruptcy. But it does mean the company faces severe constraints in terms of raising new capital, making new investments, and hiring. Instead of expanding, it may be far more inclined to sell assets, streamline or close divisions, and lay people off to cut costs and raise cash.

America's malls are going to end up looking a lot different. The retail sector is obviously getting hammered, with chains like Circuit City and Linens 'n Things already out of business. Many other retail chains are in trouble. Also on the bottom-rung list: Barney's; BCBG Maz Azria; Blockbuster; Brookstone; Claire's Stores; Eddie Bauer; Finlay Fine Jewelry; Harry & David; Loehmann's; Michael's Stores; Oriental Trading Co.; and Sbarro. Again, this doesn't mean the company is doomed. But many of these firms will restructure, close outlets, shrink, and find ways to transform themselves. So if you ever go back to the mall, and your favorite shop has disappeared, you'll know why.

martedì 24 febbraio 2009

Businesswomen arabe


Le aziende arabe che vantano la presenza di consiglieri donne nei consigli di amministrazione, realizzano utili superiori a quelli dei competitori che «ripudiano» le quote rosa nel cda. A rilevarlo è un'indagine dell'anno scorso condotta da Hawkamah, Istituto for Corporate Governance. In base ai riscontri ottenuti, le vendite realizzate dalle aziende con più di tre donne consigliere sono superiori del 42% rispetto ai risultati conseguiti delle aziende amministrate da solo da gentlemen. Quando le aziende sono quotate in borsa, il cda in rosa consolida mediamente un ritorno sul valore delle azioni del 53%. Nonostante le potenzialità e il valore aggiunto della donne nei cda delle aziende arabe, il numero delle donne top manager e di quelle presenti nei consigli d'amministrazione rimangono ancora bassi. Nei paesi del Golfo, su 4.254 consiglieri sono solo 63 i posti riservati alle donne. Con lo 0,1% , l'Arabia Saudita è il Paese arabo con il tasso di rappresentazione rosa nel cda più basso in medio oriente. Con rispettivamente il 2,7% e il 2,3 % il Kuwait e l'Oman sono i paesi dove le donne consigliere sono più rappresentate. In Kuwait invece, ci sono 30 donne su 1,101, mentre in Oman 21 su 905. Seguono Dubai con l'1,2%, il Bahrain con l'1% e il Qatar con l'0.3%. Negli Stati Uniti la rappresentanza rosa nei board è del 13,6%, in Norvegia è del 22%.


Nel mondo professionale e imprenditoriale femminile arabo si stanno sviluppando nuove dinamiche e trend molto interessanti. Innanzitutto ci sono due tipi di business woman. La prima è rappresentata dalle titolari di capitale accumulato senza lavorare ( le tipiche casalinghe saudite pagate per stare a casa o per viaggiare) o per ricchezza ereditata. E' un tipo di investitrice sofisticata che capitalizza la sua ricchezza soprattutto con la compravendita di azioni o di immobili. Non a caso, l'anno scorso, 18 milioni di azioni del Nasdaq Dubai sono state comprate e vendute da investitrici donne. L'altro tipo di manager araba è colei che lancia un nuovo business oppure si siede nel consiglio di amministrazione di un grosso gruppo in seguito all' acquisizione di una rilevante quota del pacchetto azionario. In altre parole, quando la business woman araba si trova dei filtri o delle barriere che la tengono fuori dal management, invece di entrare nel cda attraverso il merito, si conquista un posto da consigliera tramite l'acquisto delle azioni. Le donne arabe dispongono di grandi asset, soprattutto capitali liquidi. Negli Emirati, le donne controllano ricchezze che valgono 245 miliardi di dollari e che diventeranno 385 nel 2011. Le più ricche sono le saudite con 11 miliardi di dollari. Il 30% dei conti correnti del regno saudita sono intestati alle signore.


Contrariamente ai pregiudizi sulle condizioni economiche delle donne musulmane, lo statuto islamico sull'eredità avvantaggia più il portafoglio delle mogli e delle figlie rispetto a quello degli uomini. Il guadagno facile conseguito dai patrimoni ereditati dai parenti, quelli ottenuti grazie alle doti matrimoniali o alla buona uscita dei divorzi non deve far svalutare la capacità imprenditoriali delle donne arabe. L'anno scorso, uno studio di Barclays (Barclays Wealth Survay) ha rilevato come le donne arabe siano le più pratiche al mondo nella gestione di fondi di investimento e le più confidenti negli investimenti immobiliari e nella pianificazione pensionistica. All'università Americana di Beirut, negli anni ottanta, solo il 15% degli studenti in materie finanziarie erano donne. Oggi sono la metà. Secondo la ricerca intitolata "Women Business Owners in the UAE ( Le imprenditrici proprietarie negli Emirati) promossa dall'International Finance Corporation, la maggior parte delle imprenditrici negli Emirati Arabi hanno lanciato i loro business (come saloni di bellezze, agenzie per l'organizzazione di feste matrimoniali, e studi di interior design), senza richiedere prestiti bancari ma investendo i loro risparmi. Alla fine, nei paesi più conservatori, gli investitori più audaci sono le donne.

martedì 17 febbraio 2009

Città senz'auto: un futuro possibile, ma l'Italia è indietro

A Milano, per far posto alle 800mila auto che arrivano ogni giorno da fuori, più le 820mila auto di proprietà dei residenti, in tutto si dedicano alla sosta oltre 16 milioni di metri quadrati. Come 2.250 campi da calcio, quasi il 10% del territorio cittadino.

Illustriamo diversi progetti internazionali. Il sistema di trasporto di Berlino è un esempio di come «un'efficiente rete di trasporti possa ridurre la necessità di usare l'automobile». Madrid, organizzata in maniera multinucleare, ovvero con diversi centri, raggiunge un obiettivo simile. C'è poi Los Angeles: «Città dell'auto per eccellenza che però sta incrementando il trasporto su rotaia».

sabato 7 febbraio 2009

facebook: ricavi sotto le attese

Il fenomeno del Web del momento ha compiuto in questi giorni cinque anni. Facebook nasceva infatti nel febbraio del 2004 dall'intuizione di Mark Zuckerberg - non un ingegnere della Silicon Valley bensì un facoltoso e assai capace studente diciannovenne della Harvard University - e di Dustin Moscovitz e Chris Hughes. La ricorrenza per il sito di social networking più famoso al mondo, creato come rete virtuale per mantenere i contatti tra ex compagni di classe, ha due facce. Quella splendente dei suoi adepti, ormai oltre 150 milioni in tutto il mondo, ognuno dei quali con una media di 120 "amici" con i quali chattare e altro on line, e quella triste di un fatturato che stenta a decollare, visto e considerato che i 210 milioni di dollari di ricavi stimati per il 2008 (e i 230 milioni previsti dalla società di ricerca eMarketer per quest'anno) sono poco cosa rispetto ai numeri che muove Facebook. Che sono fra gli altri i seguenti: tre miliardi di minuti di accesso giornaliero a tutti i siti del network mentre, 850 milioni di nuove fotografie caricate ogni mese, un'audience in aumento del 127% (dati ComScore).Facebook ha sbancato ovunque – in Italia i suoi utenti sono ormai sei milioni (il 30% della popolazione Internet del Bel Paese – ed è globalmente riconosciuto come la massima espressione del Web 2.0. Eppure i suoi 800 dipendenti devono sperare in una veloce inversione di tendenza quanto a capacità di generare ricavi e conseguentemente utili: le entrate pubblicitarie sono quelle che sono e a pagare il conto delle grandi risorse informatiche necessarie per far funzionare l'attività di milioni e milioni di "amici" sono i soldi di fatto i soldi degli investitori (Microsoft, che ha una quota dell'1,6% della società fra questi). Senza scomodare Google, Yahoo! e Msn, la rivale MySpace ha un giro d'affari quasi triplo rispetto a Facebook (585 milioni di dollari di entrate nel 2008 e una previsione di 630 milioni quest'anno) in un mercato, quello del social network advertising, che si presuma possa arrivare nel 2009 a quota 2,8 miliardi di dollari su scala mondiale. Gli analisti finanziari continuano a valutarla dai 15 ai 20 miliardi di dollari ma di sbarco in Borsa – se n'è parlato a più riprese – al momento non se ne parla. In attesa di spegnere la sesta candelina in onore della sua creatura, Zuckerberg ha comunque ben donde di essere al settimo cielo: il suo patrimonio personale, secondo la rivista Forbes, oggi 24enne, è di circa 1,5 miliardi di dollari.

martedì 3 febbraio 2009

Batteri energetici


Trovare un modo per mettere al lavoro i batteri, come fossero microscopici animali da soma per sfruttare l'energia del loro movimento. E farlo nel modo più semplice possibile, in modo da renderne fattibile l'uso in apparati ad alta miniaturizzazione. È la direzione indicata dal risultato del lavoro dei ricercatori di Infm-Cnr (pubblicata sulle Physical Review Letters) che simulando sistemi di batteri in soluzione hanno individuato un modo per creare 'motori batterici' dal funzionamento prevedibile, costante, ed in grado di avviarsi senza intervento umano.Curiosità scientifica fino a pochissimo tempo fa, i motori batterici sono diventati un campo di intensa ricerca da quando nel 2006 se ne è dimostrata la fattibilità in Giappone: i ricercatori sperano di poterne sfruttare le potenzialità in un futuro prossimo, per alimentare tutta una serie di apparecchi microscopici, come impianti micromedicali o nanodispositivi ancora tutti da inventare, per i quali i motori batterici potrebbero fornire una fonte di energia economica e di dimensioni ridottissime.Un motore batterico è composto, oltre che di microrganismi, di due altri ingredienti: la soluzione in cui sono immersi, e particolari microingranaggi che i batteri possono mettere in movimento. È proprio da questi ingranaggi (come dall'albero di un motore automobilistico) che si progetta di estrarre energia. E le difficoltà per farlo nel modo più semplice possibile sono state superate da Luca Angelani, del laboratorio Smc di Infm-Cnr, e Roberto di Leonardo e Giancarlo Ruocco, del laboratorio Soft di Infm-Cnr. Se nel 2006 si sono utilizzati batteri geneticamente modificati e microingranaggi con leganti biochimici, con costi altissimi e rese bassissime, oggi grazie al loro lavoro si inverte il risultato: costi azzerati, e rendimento moltiplicato.La soluzione consiste nell'utilizzo di microingranaggi di una particolare forma asimmetrica, con denti di lunghezze differenti e orientati nella medesima direzione, simili a stelle lievemente sbilenche. È sufficiente immergere questi ingranaggi in una soluzione di batteri, perché questi ultimi col loro movimento spontaneamente li facciano girare a velocità costante (nella simulazione, batteri di escherichia coli imprimevano ai microingranaggi una velocità costante di due giri al minuto). La somma di batteri e ingranaggi asimmetrici è l'unica vincente: particelle inanimate soggette al moto casuale non causano il movimento, e lo stesso accade per batteri al "lavoro" su ingranaggi simmetrici.I ricercatori hanno identificato il modo più semplice per 'costringere' i batteri a compiere lavoro utile da cui estrarre energia. Alcune applicazioni resteranno certo fantasia (i calcoli, ad esempio, suggeriscono che con i batteri presenti in un metro cubo di soluzione si può generare potenza sufficiente per accendere una normale lampadina), ma moltissime altre possono venire immaginate: che siano apparecchiature mediche, di misurazione, controllo o altro, la strada è aperta perché i batteri possano alimentare i microdispositivi del futuro.

lunedì 26 gennaio 2009

finanza-26 Gennaio 2009

Partenza contrastata per le piazze finanziarie europee, che poi, all'insegna della volatilità, hanno riguadagnato a metà mattina il territorio positivo, con Milano +0,22% Mibtel e +0,38% S&P/Mib.Questa mattina erano partite in positivo Zurigo, Amsterdam e, di misura, Londra, mentre le altre (tra cui Parigi e Francoforte) erano in rosso. Segnali non positivi dal comparto delle materie prime e delle costruzioni. In arretramento gli automobilistici. Acquisti sugli assicurativi.E tra questi ultimi la olandese Ing ha segnato un balzo del 15%, dopo l'annuncio che l'amministratore delegato Michel Tilmant lascerà il gruppo e il taglio di 7 mila posti di lavoro. Ing chiuderà il trimestre con la seconda perdita consecutiva, pari a 3,3 miliardi di euro. A livello europeo lo sprint più deciso è però quello di Barclays, che vola del 24,8% dopo aver annunciato che l'investment bank e le attività di Lehman Brothers nel Nord America acquistate l'anno scorso stanno registrando utili, e che la crescita nei ricavi compenserà le ingenti svalutazioni, scongiurando la necessità di raccogliere capitaliA Milano tra gli assicurativi partenza difficile per Fonsai, incerte Mediolanum e Alleanza, mentre il settore bancario ha ripreso slancio (ma resta in rosso il Banco Popolare) dopo un avvio contrastato. Indicazioni positive arrivano da big come UniCredit, Intesa Sanpaolo e Mediobanca. Fanno decisamente meglio del listinoanche Ubi Banca (+1,95%) e Bpm (+1,71%) nonostante il taglio di target arrivato da Citi che ha indicato a 4 euro (da 4,1) il prezzo obiettivo per la banca milanese e a 11,5 euro (da 14) quello per la banca bresciano-bergamasca.Nel fine settimana il presidente di Bpm Roberto Mazzotta ha escluso possa venir cancellata la distribuzione dei dividendi agli azionisti, dicendo tra l'altro di guardare con attenzione ai Tremonti-bond. Il direttore generale Fiorenzo Dalu ha detto in un'intervista al Sole 24 Ore che il quarto trimestre del 2008 avrà utili in linea con il resto dell'anno. Nell'editoria avvio difficile per l'Espresso (-4,26%) e per Seat Pagine Gialle (-1,39%). A Milano subito in negativo di quasi il 3% il titolo Fiat: due banche d'affari ha ridotto il prezzo obiettivo assegnato al gruppo. Morgan Stanley ha tagliato il target price da 2,4 a 1,95 euro, mentre Cheuvreux lo ha ridotto a 5,2 euro (era a 8,8). I corsi hanno poi imboccato la strada della volatilità risalendo a 0,34% a 3,66 euro poco dopo le ore 10.Euro in recupero nei confronti del dollaro e della sterlina in avvio di settimana. Dopo aver toccato venerdì i minimi delle ultime sei settimane, la moneta unica si attesta sugli 1,29 dollari in apertura dei mercati continentali e segna 1,2907 (1,2826 venerdì). Stabile l'euro/yen a quota 114,52 (114,53), mentre si mostra ancora debole la divisa britannica. Un euro vale 0,9474 pound(0,9380).

giovedì 8 gennaio 2009

Financial Times, no a colosso Unicredit-Mediobanca-Generali

La creazione di un colosso finanziario Unicredit-Mediobanca-Generali, per quanto «politicamente attraente per alcuni», creerebbe «una nuova enorme concentrazione di potere aziendale» e «potrebbe non essere nell'interesse del Paese», oltre che dei componenti del nuovo gigante. Lo scrive sul Financial Times Paul Betts che, in un commento dal titolo "La discutibile logica di un colosso finanziario italiano", mette in guardia contro l'ipotesi di fusione tra Unicredit, Mediobanca e Generali di cui si è parlato sulla stampa italiana.«L'Italia si è sempre lamentata della sua mancanza di campioni nazionali di portata veramente globale», esordisce Betts nella sua rubrica "European View". Certo, il Paese ha una buona rete piccole e medie imprese «ma una nazione industrializzata ha bisogno anche di grandi gruppi multinazionali per sostenere il suo sistema economico e l'Italia può vantarne solo una manciata». Tra questi, Eni ed Enel, il gruppo Fiat, la Finmeccanica e Telecom Italia, ora «assai indebolita». Il consolidamento nell'industria bancaria ha creato due grandi banche, Intesa, soprattutto nazionale, e Unicredit, «paneuropea, almeno fino alle recenti difficoltà». «Ogni lista sarebbe incompleta senza Generali, uno dei tre principali assicuratori d'Europa».Ora «sembra» che ci siano tentativi di ravvicinare Unicredit, Mediobanca e Generali. Indubbiamente, secondo Betts, i tre insieme potrebbero formare uno dei più grandi conglomerati finanziari d'Europa. Secondo indiscrezioni pubblicate sulla stampa italiana, spiega, gli azionisti di controllo di Unicredit e Mediobanca avrebbero esaminato se una fusione tra le due banche sia possibile. «Le due parti hanno fin qui smentito di avere considerato anche informalmente una mossa del genere, ma nessuno crede loro davvero». Unicredit è il maggiore azionista di Mediobanca, con l'8,7%, ricorda il Financial Times. Un tempo considerata come la banca italiana più internazionale e meglio gestita, «Unicredit e il suo amministratore delegato, Alessandro Profumo, sono caduti dal piedistallo» in seguiti a «errori di valutazione» nella gestione della crisi finanziaria. Ora Unicredit sta rafforzando il suo capitale di base con la vendita di asset e ha lanciato un'emissione di 3 miliardi di euro di strumenti convertibili. «Se il capitale di base dovesse avere bisogno di ulteriore rafforzamento, allora una fusione con Mediobanca potrebbe essere un'opzione. La banca d'investimento milanese ha retto bene durante la crisi creditizia, ma potrebbe cominciare a sentirla». Mediobanca, ricorda Betts, ha recentemente lanciato attività bancaria al dettaglio per raccogliere fondi a buon mercato e ha ampliato il credito al consumo. «Ma queste mosse difficilmente faranno la differenza nel breve termine e la banca potrebbe essere tentata di rafforzare il suo finanziamento agganciandosi all'estesa rete al dettaglio di Unicredit». In ogni caso, «se effettivamente le due parti stanno discutendo, deve essere conveniente per entrambi farlo».«Supponendo che Unicredit e Mediobanca stiano discutendo una possibile fusione – si legge ancora sul Financial Times -, la concentrazione coinvolgerebbe anche Generali». Mediobanca è l'azionista centrale del gruppo assicurativo, con il 15%, mentre Unicredit possiede una quota più piccola, anche se ha detto che potrebbe venderla. «Non ci vuole molta immaginazione a ipotizzare una fusione tripartita tra Unicredit, Mediobanca e Generali», scrive Betts, avvertendo dei rischi di un matrimonio del genere. L'opinionista cita la lezione della recente crisi, che ha insegnato quanto sia pericoloso creare grandi conglomerati finanziari che mescolano insieme business «non familiari». Allianz, il rivela tedesco di Generali, «ha rimpianto amaramente la sua fusione con Dresdner, che ora sta scaricando a Commerzbank». «Fortis, Dexia e altre vittime della crisi hanno mostrato i limiti del modello "bancassurance"». «Aig è stata trascinata giù non tanto dal suo business assicurativo ma dalla sua unità bancaria che ha investito in prodotti subprime».

Aziende più antiche al mondo: sei su dieci sono italiane

La classifica di Family Business: prima una locanda giapponese del 718, la Houshi Onsen.
MILANO - C'è un campo in cui le imprese italiane eccellono nelle classifiche mondiali. E' quello dell'anzianità di fondazione dove le nostre imprese familiari conquistano ben 6 posti tra le prime dieci. Sono 13 però complessivamente le industrie del made in Italy presenti nella classifica di anzianità stilata da Family Business, una rivista americana specializzata proprio in aziende familiari, dove la Pontificia Fonderia Marinelli, che dall'anno mille produce campane, conquista il secondo posto.

LE PRIME DIECI - In testa alla classifica 2008 rimane saldamente in testa ancora una volta una realtà giapponese, che però non è più la Kongo Gumi, società attiva nella costruzione di templi buddisti nata nel 578, ma rea di aver ceduto alle lusinghe del mercato, visto che nel 2006 è stata acquisita dal gigante dell'edilizia Takamatsu. Nell'aggiornamento della graduatoria da poco pubblicata, infatti, la vetta è stata conquistata da Houshi Onsen, l'albergo-struttura termale guidato dalla stessa famiglia dal 718, quando fu fondato, secondo la leggenda, da un monaco buddista nel luogo indicato dal dio del Monte Hakusan. La genesi delle imprese nostrane presenti in classifica sarà forse dai connotati meno spirituali, ma quanto ad antichità anche il made in Italy ha qualcosa da dire. La Pontificia Fonderia Marinelli, nata nell'anno mille ad Agnone (Isernia), come fonderia delle campane del Papa, conquista il podio ex equo con la cantina Chateau de Goulaine. Nata, come la storica cantina francese, nell'anno mille, la Marinelli usa ancora le antiche tecniche. Le sue campane risuonano ormai in tutto il mondo, da New York a Pechino, da Gerusalemme al Sud America, fino alla Corea. I dipendenti sono solo 20 e tra loro ci sono ancora cinque membri della famiglia Marinelli, con Pasquale direttore operativo. Per trovare un'altra impresa italiana basta scendere al quarto posto, dove si piazza la Barone Ricasoli, storico produttore di vino e olio d'oliva nato a Siena nel 1141, guidato da Francesco Ricasoli. Subito dopo, al quinto posto, ecco un nome storico del vetro, la Barovier & Toso, di Murano (Venezia): dopo essere stata fondata nel 1295, l'azienda è giunta ormai alla ventesima generazione dei Barovier che, nel 1936, si fusero con i Toso. Scendendo lungo la classifica si incontrano poi due aziende fiorentine. In ottava posizione c'è la Torrini, l'impresa produttrice di gioielli fondata dal capostipite Jacopo nel 1369 e in nona la Antinori, che produce vino a partire dal 1385. Per la decima in graduatoria ci si sposta in Veneto: è la Camuffo di Portogruaro (Venezia), impresa costruttrice di imbarcazioni nata nel 1438 nel porto veneziano di Khanià a Creta. Dalla fondazione, per mano di El Ham Muftì, ha venduto barche tra l'altro a Maometto II, alla Repubblica di Venezia, e perfino a Napoleone.
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LE ALTRE - Le ceramiche di Grazia Deruta, azienda attiva a Torino dal 1500, hanno conquistato, oltre al mercato degli Stati Uniti, anche la dodicesima posizione. L'azienda è tallonata dalla Pietro Beretta, lo storico produttore di armi di Gardone (Brescia), capace tra l'altro di piazzare la mitica rivoltella tra le mani della spia più famosa del mondo, James Bond. Dopo questa pattuglia che si piazza nelle prime posizioni, occorre scendere fino al trentunesimo posto per trovare un'altra azienda del Made in Italy. È la Cartiera Mantovana, fondata nel 1615 dalla famiglia Marenghi, tuttora guidata da Cristina Marenghi e figli. Tutte nate nel '700 sono le ultime italiane che affollano la classifica di Family Business: la calabrese Amarelli Fabbrica de Liquirizia di Rossano Scalo (1731), la laneria Fratelli Piacenza di Pollone, in provincia di Biella (1733), la Fonderia Daciano Colbachini di Padova (1745), il Lanificio Conte di Schio (1757).

martedì 18 novembre 2008

Mercato immobiliare: Milano al quarto posto della Main Streets Across The World


Milano guadagna ancora una posizione e sale al quarto posto della classifica globale di Main Streets Across The World, la ricerca condotta annualmente da Cushman & Wakefield, la maggiore società privata di servizi per il mercato degli immobili commerciali, che registra i canoni di locazione del settore retail nelle 236 principali vie per lo shopping in 48 paesi nel mondo.


Nell'edizione 2008 di MSATW per la prima volta è stato possibile conglobare nel valore del canone di locazione delle città italiane considerate anche la buona uscita permettendo di comunicare il reale valore di mercato dei canoni di locazione e la comparazione a livello internazionale. In Italia, così come in generale in tutta l'Europa occidentale, nonostante la perdurante congiuntura economica negativa non si è registrato un calo delle attività nella prima parte dell'anno; i retailer si sono comunque dimostrati più cauti rispetto agli anni passati e sono meno disponibili nel pagare canoni eccezionali, a meno che le location non rivelino di livello straordinario.Il paese ha assistito a una sostenuta accelerazione dei canoni di locazione di location di primo livello, con una crescita pari all'11%, rivelandosi il mercato meglio performante di tutta l'Europa occidentale: la Germania, che si è attestata al secondo posto della classifica europea, ha registrato una crescita con valori che non hanno superato nel complesso il 6,7%.Anche a livello europeo durante la prima metà del 2008 i valori dei canoni di affitto di location top hanno continuato a incrementare, con uno relativo squilibrio rispetto alla domanda di spazi. Molti retailer sono tuttora in fase di espansione, sebbene piuttosto cauti; la maggior parte continua a essere molto selettiva e meno incline a pagare canoni top, a meno che la proprietà e la location non siano di livello eccezionale.La location top italiana continua a essere via Montenapoleone a Milano, seconda a livello europeo dopo Avenue des Champs Elysées a Parigi e quarta al mondo: a livello globale la prestigiosa via milanese ha guadagnato una posizione rispetto alla classifica 2007. Qui affittare 100 mq costa annualmente 670.000,00 €, con un aumento dell'11,7% rispetto al 2007.Un valore da cui si discosta poco via Condotti a Roma, che nel 2008 ha registrato una buona performance, registrando la percentuale più elevata di aumento dei canoni di locazione in tutta Italia, e comparendo al terzo posto nella top ten europea, anche se ancora non nella classifica globale.Così ha commentato i dati italiani Thomas Casolo, Partner, responsabile Retail in Town C&W Italia: “I brand, specialmente quelli del settore lusso, continuano a preferire le location classiche del mondo della moda, ovvero via Montenapoleone e via della Spiga a Milano, insieme a via Condotti nella capitale. I canoni di locazione degli spazi in queste vie continuano a registrare buoni trend di crescita, anche se cominciano ad affacciarsi sul mercato nuovi nomi e città, quale via Roma a Torino, che ha registrato una crescita significativa rispetto al 2007: tenendo conto anche del trend di sviluppo accelerato che sta avendo la città pensiamo che questa location possa essere per il futuro come uno delle nuove destinazioni per il polo del lusso”.

martedì 7 ottobre 2008

I problemi quotidiani della nostra Italia...part I

Il premier: «Sarà reato fare i graffiti»
Berlusconi: procedura d'urgenza per sanzionare i graffitari. Sgarbi: bisogna distinguere. E Penati: sbaglia


Graffitari in azione (Emblema)Decretazione senza quartiere. In tutti i campi. Perché «soltanto attraverso i decreti legge è possibile il cambiamento». Non è la prima volta che il premier lo dice, anzi. Ma ieri sera, concludendo la festa del Popolo della libertà in corso a Milano, Silvio Berlusconi è apparso più determinato che mai. E anzi, ha annunciato che adotterà la procedura d'urgenza anche per sanzionare i graffitari, coloro che devastano il volto delle città armati di bombolette spray. «Non è possibile — ha tuonato il premier — che ancora ci siano certi comportamenti: sporcare i luoghi pubblici deve diventare un reato. Sull'argomento presenterò un ddl al prossimo Consiglio dei ministri di venerdì a Napoli». Il premier sembra fermarsi e invece riprende indignato: «Bisogna farla finita con i cosiddetti graffiti perché in alcune nostre città non sembra di stare in Europa ma in Africa».

domenica 28 settembre 2008

Notizie della mia amata...città

(ANSA) - VENEZIA, 28 SET - Il Gruppo Benetton per 53 mln di euro ha vinto l'asta per il Fontego dei Tedeschi, edificio di 10 mila mq sul Canal Grande a Venezia.Il palazzo cinquecentesco e' attualmente sede delle Poste Italiane che lo hanno ceduto per fare cassa. Ad aggiudicarsi il Fontego dei Tedeschi, con un offerta di circa due milioni superiore alla base d'asta (51), e' stata Edizione Property, braccio immobiliare di Edizione Holding. Gran parte del complesso dovrebbe essere utilizzato per attivita' commerciali.

che bello, domenica prossima vado pure a visitarla. Ma sapete per caso se si può entrare all'arsenale?
e cosa sarebbero le attività commerciali di cui si parla? Forse delle visite o cose simili?
I Benetton sono troppo potenti in Italia, beh comunque meglio loro della vecchia casa reale. Anzi, per fortuna abbiamo il Silvio Berlusconi che lascia meno spazio alla vecchia, odiosa, casa reale.

venerdì 26 settembre 2008

Fs, migliorano i conti

ROMA - Il gruppo Ferrovie dello Stato chiude il bilancio semestrale con un deciso miglioramento dei conti: il Mol si attesta a 371 milioni di euro, con una crescita di oltre il 200% con un «rosso» di 178 milioni (recupero del 36% rispetto al risultato negativo del primo semestre 2007 e dell'84% rispetto alle perdite di 1.121 milioni di euro dei primi sei mesi 2006).

RISULTATI - Sono questi i principali risultati della relazione semestrale del gruppo al 30 giugno 2008 che è stata approvata dal Consiglio dei Amministrazione di Ferrovie. Il miglioramento della gestione è dovuto sia all' aumento dei ricavi operativi del 5% rispetto al primo semestre 2007 e del 16% rispetto allo stesso periodo 2006, sia alla diminuzione dei costi operativi del 2,8% rispetto al primo semestre 2007 e del 4,6 per cento rispetto allo stesso periodo 2006. Il risultato operativo di gruppo - affermano le Ferrovie nella comunicato diffuso al termine del Cda - si avvicina al pareggio (-50 mln rispetto ai -242 di fine giugno 2007 ed ai -735 del primo semestre 2006). E lo fa «in anticipo sulle tappe del ritorno ad un equilibrio della gestione previste dal piano industriale 2007-2011».

TREND POSITIVO - Il trend positivo è ancora più significativo - spiegano le Ferrovie - se si tiene conto dell'ulteriore incremento degli oneri finanziari dovuti in larga parte all'indebitamento delle gestioni precedenti il 2007 (+22,5% rispetto a fine giugno 2007 e +106% sullo stesso periodo del 2006). Tra i motivi del miglioramento la forte ripresa di Trenitalia che chiude il semestre con un Mol (Margine Operativo Lordo) a 373 milioni di Euro (dieci volte l'ammontare registrato nello stesso periodo del 2007) e un risultato operativo per la prima volta in sostanziale equilibrio (-8 milioni di euro contro i -271 del 2007 e i -654 del 2006). Il risultato netto della società è pari a -138 mln di euro (-310 a fine giugno 2007 e -1022 nel primo semestre 2006).

In sostanza si nota un miglioramento imputabile soprattutto alla bontà del management, che nel giro di pochi anni potrà traformare il sistema ferroviario italiano.

Crisi immobiliare. Si inizia a tremare anche in Europa?


Non è solo il mercato immobiliare Usa a tremare: segnali allarmanti anche da Spagna

Non è solo il mercato immobiliare americano a tremare. Arrivano segnali allarmanti anche dal mattone spagnolo: fra gennaio e luglio di quest'anno le vendite di case sono calate del 27%. Lo ha comunicato l'Istituto Nazionale di Statistiche Ine. Nel solo mese di luglio ci sono state 46.467 operazioni di compravendita. Si tratta del 26,3% in meno rispetto allo stesso mese del 2007.

mercoledì 24 settembre 2008

Ricordate chi è Kervièl?


Nell'anno della crisi finanziaria più incendiaria che sta mandando in fumo enormi ricchezze esce in forma di fumetto la storia che ha aperto quest'anno difficile. Lunedì viene pubblicato in Francia il tanto atteso " Le journal de Jérome Kerviel"di Lorentz illustrato da Nicolas Million edito da Thomas Editions, il cui protagonista è proprio quel giovane trader della Société Generale che alla sua società ha causato un buco di quasi 5 miliardi di euro.Una perdita ingente prodotta dalla spregiudicatezza di un uomo solo di appena 31 anni alla cui storia si spira il fumetto in forma di diario che ripercorre le tappe dello scandalo finanziario. Come da semplice e oscuro funzionario di back office Kerviel sia riuscito ad accumulare posizioni per almeno 60 miliardi di euro su futures legati agli indici di Borsa, i più semplici e primitivi tra i prodotti derivati, dei quali Société Générale è leader mondiale.Una "graphic novel" esemplare su come farsi beffa di un sistema di controllo e di gestione del rischio apparentemente inviolabile ma nei fatti esposto alle manipolazioni di un singolo dipendente. Oltre al buco di 4,9 miliardi da lui prodotto , c'è il danno conseguente dalla inevitabile chiusura delle posizioni nei giorni di mercato peggiori degli ultimi anni tanto da costringere la banca a una svalutazione di 2 miliardi legata alla crisi dei subprime e a una ricapitalizzazione da 5,5 miliardi di euro per compensare l'erosione patrimoniale. Dalla vicenda inquietante che ha rafforzato il partito di quanti premono e tra questi vi è il governo francese per un controllo rafforzato delle autorità di vigilanza esce una storia esilarante. Insomma sembrano lontani i tempi dei drammi e dei suicidi per i crack finanziari, adesso si gioca a un nuovo gioco: "bucopoli" .

Crisi finanziaria: Fbi indaga su Freddie, Fannie, Aig e Lehman

L'Fbi ha avviato una inchiesta su quattro dei principali protagonisti della crisi dei mutui per capire se ci sono state irregolarità o frodi. L'inchiesta riguarda Freddie Mac e Fannie Mae, i giganti dei mutui immobiliari; Lehman Brothers, la banca d'affari fallita nei giorni scorsi; Aig (American international group) , il colosso delle assicurazioni salvato dalla Federal Reserve. Ci sono almeno 26 episodi a carico delle quattro società finiti sotto la lente degli investigatori del Federal Bureau of investigation per presunte frodi, ha detto un funzionario Fbi che ha chiesto di restare anonimo. L'inchiesta, precisa il funzionario, è in una fase preliminare.
L'Fbi indaga sulle possibili responsabilità delle società che hanno portato alla crisi più importante di Wall Street dagli anni della Grande depressione nel 1929. Fannie e Freddie, le due grandi agenzie semi-pubbliche dei mutui che garantiscono il 40% dei mutui in essere negli Stati Uniti, e il gruppo assicurativo Aig sono stati salvati dall'invervento del Governo questo mese. Lehman è fallita per bancarotta. La crisi ha portato inoltre l'ammnistrazione Bush a lanciare un piano straordinario di salvataggio da 700 miliardi di dollari, appena presentato al Congresso, per garantire la stabilità delle istituzioni finanziarie Usa. I portavoce delle rispettive società hanno preferito non rilasciare commenti sull'inchiesta Fbi.
Anche la Securities and Exchange Commission ha aperto un'indagine sulle quattro società per "violazioni civili". Ambienti vicini all'inchiesta Fbi fanno sapere che altre società sarebbero nel mirino degli investigatori, tra cui IndyMac Bancorp inc. e Countrywide Financial corp.
In Italia intanto il Codacons denuncia che «sono 40.000 i risparmiatori italiani coinvolti nel crack Lehman Brothers» e preannuncia una class action contro banche e società di rating.
fonte: ilsole24ore

domenica 21 settembre 2008

Capitalizzazioni di mercato

(ANSA)- NEW YORK, 20 SET -Wall Street in saldo.La crisi subprime piega le grandi societa' Usa e i nomi storici,della finanza e non,vedono crollare il proprio valore. In termini di capitalizzazione di mercato, la Fiat vale quasi il doppio di General Motors e un poco di piu' dell'altro colosso di Detroit, la Ford. Analogo, ma ancor piu' evidente e' confronto fra le banche: Unicredit e IntesaSanpaolo, con una capitalizzazione pari a 51 e 47 miliardi di euro, valgono molto di piu' di Morgan Stanley e Merrill Lynch.

L'ultima spiaggia...




(ANSA) - ROMA, 21 SET - Il commissario straordinario di Alitalia (Milano: AZA.MI - notizie) pubblichera' una sollecitazione a presentare entro il 30/9 offerte pubbliche per la compagnia. Fantozzi, sentito dal Messaggero, prosegue l'esplorazione per individuare alternative al progetto di Cai per il momento naufragato. Domani l'annuncio apparira' sul sito Alitalia, martedi' su tre giornali italiani e su un quotidiano finanziario internazionale. Si cercano soggetti in grado di garantire continuita' del servizio per uno o piu' rami di azienda.


Ce la farà?