martedì 9 settembre 2008

La vita di Saviano

MANTOVA - Sul palco del teatro Sociale di Mantova una sedia e un tavolino di legno; sopra un computer portatile, collegato ad un proiettore, ed un ragazzo di ventinove anni in jeans e camicia bianca che parla al microfono. Ai lati del palco, in piedi, quattro poliziotti in borghese: giubbotto antiproiettili, pistola malcelata nella fondina, auricolare. Il ragazzo che parla è sottoscorta per avere scritto un libro, "Gomorra", che ha venduto più di un milione di copie; potenza della scrittura. La dodicesima edizione del Festivaletteratura chiude con l'agghiacciante rassegna stampa di Roberto Saviano, che documenta come la camorra si serva dei giornali locali per comunicare il suo pensiero e lanciare messaggi. "Corriere di Caserta", titolone in prima pagina: "Don Peppe Diana era camorrista". Il parroco di San Nicola fu ucciso nel 1994 perché aveva sfidato la camorra, «e subito dopo è partita la campagna diffamatoria», osserva Saviano. «È il loro metodo quello di tentare di screditare le persone che gli si oppongono». Altro clic di Saviano al pc ed altro titolo, sempre dal "Corriere di Caserta": "Boss playboy, de Falco re degli sciupafemmine". La tensione in sala si stempera in una timida risata. «C'è la mitizzazione dei boss, i ragazzi ne hanno una tale stima e timore che non pronunciano mai il loro nome, sarebbe come nominare Dio invano».
Nell'ultima mezz'ora Saviano spiega com'è cambiata la sua vita da quel 13 settembre 2006, giorno in cui è stato messo sotto scorta, condizione condivisa con molte altre persone, tiene a precisare. «Non prendi più un treno, non sali più su una macchina che non sia blindata. Cosa fai, con chi esci?». Parla in seconda persona, quasi a marcare una vicinanza, come se questa cosa eccezionale capitata a lui, potesse toccare in sorte a ciascuno di noi. Confida di avere «il sogno di una casa», di non riuscire a trovare casa a Napoli, ma neppure a Roma. «La mia presenza dà fastidio, mi odiano soprattutto le persone lontane dai clan, gli dà fastidio il continuo confronto con loro, è come se io dicessi: io sono migliore di voi». Con il pc fa partire un servizio di una trasmissione Mediaset in cui la sorella del boss Cicciariello, quello arrestato con l'amante, a commento di "Gomorra" dice: «Cosa gli abbiamo fatto noi di Casale di Principe? Gli abbiamo violentato la moglie, gli abbiamo violentato la fidanzata, ammazzato un fratello?». È difficile addormentarsi con tali parole nella testa, assicura Saviano: «Ti distruggono la quotidianità, ti fanno capire che anche le persone intorno a te sono in pericolo». Quindi ricorda come, il giorno stesso di quel servizio televisivo, fu ucciso un uomo che aveva denunciato i camorristi nove anni prima, e a cui era stata appena tolta la scorta. "Tardariello ma mai scurdariello", recita un detto campano che non necessita di traduzione: la vita di Saviano non sarà mai più al sicuro. La sala è ammutolita, si sta identificando in quel ragazzo, e alla fine molti si commuovono mentre lo scrittore enuncia le persone alle quali intende dedicare la serata: «Ai miei ragazzi della scorta; ci muoviamo sempre insieme e mi piace pensare a noi come a una falange. A Serena, che è andata via perché la mia vicinanza la lerciava. A chi è venuto a vedermi dopo tanto tempo». Serena non si sentiva più tale accanto a questo ragazzo, che ha ricevuto un applauso di sei minuti da parte del pubblico, ma che ieri sera si è addormentato solo ancora una volta.
Articolo completo sul sito del sole24ore

sabato 6 settembre 2008

Atenei poli d'innovazione

Riprendendo un'intervista fatta da ilsole24ore, notiamo ancora una volta che la vera essenza dello sviluppo è insita nella ricerca. Ma vediamo meglio cosa dice il boss della Silicon Valley.
«Se abbiamo la Silicon valley lo dobbiamo alle università»: parola di John Hennessy, il tecnologo che presiede l'ateneo Stanford, in California, il "serial entrepreneur" che per primo ha scalato i vertici di un campus Usa.La maggior parte delle università americane, gestite con criteri privatistici, sono molto avanzate nella ricerca. Riescono a ottenere fondi, a fare investimenti e a conquistarsi brevetti. Che mettono a reddito. Nel senso che trasformano le idee in attività produttive, in vere e proprie start-up che poi spesso arrivano in Borsa o vengono acquistate da grandi gruppi. In tal modo, oltre a diventare un elemento propulsivo dell'economia, le università Usa riescono stimolare la ricerca e a motivare i giovani tecnologi. Oltre, naturalmente a finanziarsi.La California, grazie anche al follow-up dei laboratori universitari, ha dato i natali alla Silicon valley, ancora oggi il maxidistretto mondiale dell'Information communication technology (Ict). Hennessy è un tecnologo. Tra gli addetti ai lavori viene considerato un pioniere dell'hi-tech. Oltre ad essere docente in California vanta una grande esperienza nella creazione di imprese ad alto contenuto tecnologico: da qui la qualifica di "imprenditore seriale".Abbiamo incontrato Hennessy dopo l'intervento al meeting Ambrosetti, in occasione di una sessione che si è svolta nell'ambito del servizio Ap (Aggiornamento permanente) riservato alla prima linea mangeriale di cui fanno parte oltre 800 manager delle più importanti aziende italiane.
Ingegner Hennessy, visto il suo curriculum e la sua esperienza, la prima domanda è d'obbligo. Qual è il ruolo economico, sociale e politico che le università possono giocare nella crescita?
È indubbio che, specialmente negli Stati Uniti, le università rappresentano un fattore chiave per costruire lo sviluppo. Oltre a rappresentare un forte elemento di modernizzazione della società. Non le sto a ricordare tutte le invenzioni chiave che sono uscite dai laboratori, o le centinaia di start-up lanciate da nostri studenti, alcune molto note, specialmente nel settore internet.
Cosa fate, in concreto, all'università di Stanford? E perché siete così famosi e autorevoli?
La correggo. Sono pur sempre un professore. Forse non tutti lo sanno, ma Stanford non è una città, è una persona. Come Bocconi. E quindi si deve dire università Stanford. Forse siamo famosi perché da noi si sono laureati John Mc Enroe e Tiger Woods. Ma da noi insegnano anche una ventina di premi Nobel. Nel 1952 proprio uno dei nostri docenti vinse questo riconoscimento per aver scoperto la risonanza magnetica. Se lei oggi ha un problema fisico che non sia osseo, ma legato alle parti molli del suo corpo, fa la Tac. E dobbiamo dire grazie alla nostra ricerca.
Qual è il ruolo che ha giocato l'università Stanford per lo sviluppo del territorio?
Guardi, con poca modestia le racconterò la mia storia. Nel 1977, quando sono arrivato all'università Stanford come assistente ed esperto di informatica, il centro dell'elettronica e delle telecomunicazioni americane era localizzato sulla costa atlantica degli Stati Uniti. Se si voleva trattare questi temi, bisognava prendere l'aereo e fare un lungo viaggio. Lì c'erano i mitici Bell laboratories, la Ibm e la Dec. Pensi che quest'ultima è già "morta" un paio di volte, prima acquistata dalla Compaq e poi dall'Hp. In California c'era solo Intel (che allora produceva dischi magnetici) e nessuna società di software. Grazie anche all'impulso delle università oggi esiste appunto la Silicon valley. Che, nonostante l'ormai dimenticata bolla di internet, sta andando a gonfie vele. Lì c'è l'innovazione e il futuro di internet sia come prodotti sia come software sia come sviluppo della rete e dei nuovi servizi. Certo, la svolta è stata data dai microprocessori, dal personal computer e dal web.
È anche per questo che Stanford è un eccezionale polo di attrazione?
Noi siamo un sistema aperto. Oggi il 35% dei nostri studenti sono stranieri. Con punte del 58% per ingegneria.
Da dove arrivano queste nuove leve?
Il primo Paese è la Cina, seguita dall'India. Ma l'aspetto più importante, e lo voglio
sottolineare, è che la maggior parte di queste persone rimane in California o negli Stati Uniti e fonda, o va comunque a lavorare, in aziende hi-tech continuando quindi ad alimentare il circolo virtuoso dello sviluppo. Devo anche confessarle che alcuni dei talenti migliori sono andati fuori corso o non hanno ancora terminato il loro dottorato di ricerca perché attratti dalle sirene dell'industria (che qui suonano le note dei dollari).
Che suggerimenti si sente di dare al nostro Paese per migliorare i rapporti, molto
difficili, tra industria e università?
Il tema è ostico e complesso in tutto il mondo. Perché i due protagonisti parlano lingue diverse e, spesso, hanno culture d'impresa molto diverse. Non esistono quindi formule magiche. Io stesso sono diventato imprenditore quasi per forza, dal momento che nessuno voleva industrializzare il mio brevetto Risc. Detto questo, la prima cosa da fare è un sistema universitario basato sulla meritocrazia sia per i docenti sia per la selezione degli studenti. Serve poi una forte mobilità tra i due attori, elemento che favorisce la circolazione delle idee. Un altro fattore importante è, non sembri paradossale in tempi di globalizzazione, la "prossimità fisica": bisogna promuovere la politica delle "porte aperte". È anche utile incoraggiare giovani e professori ad assumersi dei rischi. Ma la modalità migliore per rendere feconda l'innovazione e il trasferimento tecnologico è rappresentata da un grande rispetto reciproco tra entrambi i partner.

mercoledì 3 settembre 2008

Fast and Furious 4

Il film si ambienterà tra Los Angeles, Messico e Repubblica Domenicana e sarà diretto da Justin Lin e Chris Morgan, già registi del terzo episodio. Le riprese del film - del quale Diesel sarà anche produttore, tramite la sua One Race Films - dovrebbero essere già iniziate come si può notare dall'unica foto rilasciata (Sopra)Nulla si conosce della trama, ma una cosa è certa:Il grande vecchio cast che aveva recitato nel primo episodio ritornerà al completo:Vin Diesel (Dominik Toretto)Paul Walker (Brian O'Conner)Jordanan Brewster (Mia Toretto)Michelle Rodriguez (Letty)Mancherà la bellissima Eva Mendez (Protagonista femminile del secondo episodio) a causa della altissima richiesta per l'ingaggio.

Nuovo browser: spettacolo

Il nuovo browser marchiato Google arriverà tra pochi mesi, e già microsoft e altre big companies iniziano a tremare e si preparano alla contromossa.
Firefox. Il browser open source di Mozilla è il protagonista ombra dell'ennesimo exploit della società californiana: prima di Chrome era suo il software che poteva dare fastidio a Microsoft e al suo Internet Explorer, che trovava il consenso di quegli utenti in cerca di qualcosa di più "pratico" e con meno fronzoli per navigare in Rete. Con l'avvento di Chrome, la cui missione è in sostanza quella di combinare una semplice interfaccia utente con una sofisticata tecnologia, cambiano le carte in tavola non solo nell'ambito della guerra dei browser ma sull'intero scacchiere del Web. Perché a "inventarsi" Chrome è Google, e Google è la società che ha in mano il pallino dei motori di ricerca e che ha nel suo arco servizi e strumenti Web (dalle mappe alla pubblicità on line) come nessun altra compagnia al mondo.
In Mozilla, che ricordiamo essere un partner strategico per Google – Mountain View è main sponsor delle attività di sviluppo e in cambio è il motore di ricerca di default di Firefox - hanno accolto Chrome con filosofia. Il Ceo John Lilly ne ha parlato come un qualcosa di "inevitabile", considerato il fatto che il business di Google è al 100% Web oriented. Lo stesso Lilly si dice però confidente che porterà nuovi stimoli competitivi sul mercato senza compromettere le finalità dei progetti open source che fanno capo a Mozilla Foundation. Google, in altre parole, vuole massimizzare la sua presenza come operatore a tutto tondo del Web e per farlo doveva farsi in casa anche il browser, sebbene finanzi un prodotto (Firefox) che non può non essere considerato il primo diretto concorrente di Chrome. Ma in Mozilla si possono consolare, almeno fino al 2011, con le decine di milioni di dollari che arrivano nelle sue casse via Google e con le commissioni legate alle attività di search effettuate all'interno del suo browser sull'engine della società californiana.

Scattano i nuovi piani per le vecchie prepagate

Operazioni differenti ma entrambe fortemente criticate da clienti e associazioni di consumatori. Sono le decisioni di Tim e Vodafone di intervenire su alcuni profili tariffari prepagati – per le quali anche lo Sportello reclami del Sole 24 Ore ha ricevuto richieste di chiarimento – e che sono finite nel mirino dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e dell'Antitrust. Annunciate ai clienti alla fine di luglio-inizio agosto tramite Sms, sito internet e avvisi sui quotidiani, prevedono una serie di variazioni delle condizioni applicate finora. Ecco una sintesi.TimTim aumenterà dal 9 settembre il costo delle chiamate voce di 0,05 cent al secondo (3 cent al minuto) per dieci piani tariffari prepagati. Restano invariati, invece, lo scatto alla risposta, quando previsto, e il costo degli Sms. Per compensare il ritocco verso l'alto l'operatore offre la possibilità di attivare gratuitamente, dal 9 settembre al 31 dicembre, l'opzione Tim -50% Long che prevede uno sconto del 50% sulle chiamate verso altri numeri Tim dopo il secondo minuto di conversazione (dopo un anno, per mantenere la riduzione occorreranno ricariche di almeno 15 euro ogni 30 giorni). In base ai calcoli dell'operatore, con questa opzione su una chiamata di quattro minuti, pur a fronte del rialzo delle tariffe, si risparmia fino al 18% rispetto ad ora. L'associazione di consumatori Altroconsumo, però, evidenzia che su una chiamata di circa due minuti i rincari arrivano al 20%. «Le modifiche – afferma Fabrizio Gorietti, responsabile marketing di Tim – devono essere valutate tenendo conto che negli ultimi anni le tariffe sono scese del 30% e anche quest'anno nel loro complesso continueranno a scendere. In questo contesto noi diamo la possibilità ai clienti di cambiare profilo tariffario e abbiamo a disposizione piani molto convenienti tra i quali scegliere». I clienti Tim possono infatti mantenere il piano utilizzato ora anche a fronte dei rincari, oppure passare gratuitamente a un altro oggi disponibile o ancora recedere con restituzione del credito residuo o passare ad altro operatore con la procedura di portabilità del numero.VodafoneL'operazione avviata da Vodafone è conseguenza della necessità di ridurre il numero di piani tariffari da parte dell'operatore. Degli oltre 100 piani lanciati in 13 anni, sottolinea l'azienda, alcuni non consentono nemmeno ai clienti di accedere alle nuove promozioni. Per questo motivo 31 vecchi profili tariffari confluiranno in sette nuovi creati appositamente e non sottoscrivibili dai clienti non coinvolti nell'operazione. Le variazioni comportano un allineamento del costo degli Sms a 10 cent, quello dello scatto alla risposta a 16 cent mentre per il costo al minuto le modifiche cambiano da piano a piano. Alle critiche di aver aumentato la spesa per gli utenti (secondo Altroconsumo fino al 34% su una chiamata di due minuti) Roberto Larocca, direttore divisione consumer di Vodafone Italia sottolinea che « i numeri presentati dall'associazione sono tutti da verificare: la spesa del cliente dipende dall'effettivo uso del telefonino. Nei nuovi piani ogni cliente troverà sempre almeno una voce più conveniente come il prezzo degli Sms che si riduce passando da 15 a 12 cent o da 12 a 10 cent». Gli utenti Vodafone, le cui novità scatteranno dal 1°ottobre, possono accettare le modifiche, attivando eventualmente e gratis entro il 30 settembre la promozione Infinity che consente di parlare gratuitamente con altri numeri Vodafone dopo il primo minuto, oppure passare a uno dei cinque piani tariffari che oggi compongono l'offerta prepagata o ancora scegliere il piano «Easy day special». C'è anche la possibilità di recedere o di passare ad altro operatore.DiffidaIn attesa di un pronunciamento di Agcom e Antitrust che potrebbe imporre uno stop alle operazioni (ma una decisione analoga di Wind fu sanzionata dopo molti mesi solo per le modalità di comunicazione della stessa, ndr), l'associazione di tutela dei consumatori Aduc sottolinea che la rimodulazione delle tariffe è da ritenersi illecita in quanto il Codice del consumo non permette la modifica unilaterale delle tariffe se non specificatamente previsto dal contratto e per giustificati motivi. Di conseguenza ha reso disponibile sul proprio sito (www.aduc.it) un fac-simile di diffida da inviare agli operatori affinché vengano mantenute le condizioni attuali.

fonte: ilsole24ore.com

lunedì 1 settembre 2008

Kung fu panda è primo


(ANSA) - ROMA, 1 SET - Kung Fu Panda di Mark Osborne e John Stevenson, garantito dal marchio Dreamworks, conquista subito la vetta dei film piu' visti nel week end. Il film incassa piu' di 4 milioni di euro in tre giorni. Il panda cicciottello e forzuto che vuol diventare campione d'arti scalza dalla vetta Le Cronache di Narnia. New entry al terzo posto con 'Doomsday', film inglese del genere catastrofico con Malcom McDowell. Da segnalare l'ingresso in sesta posizione di 'Sex list'.

Kung fu panda





Dopo le anteprime estive e gli annunci sul doppiaggio italiano capeggiato da Fabio Volo, arriva in Italia il cartoon "Kung Fu Panda". Il film di Mark Osborne e John Stevenson, che narra le avventure di un panda cicciottello e forzuto che vuol diventare campione d'arti marziali, è una delle pellicole in uscita insieme a "Doomsday", "Sexlist", "Presunta innocenza" e "Deep Water".
KUNG FU PANDA di Mark Osborne e John StevensonGarantito dal marchio di fabbrica della Dreamworks di Steven Spielberg e presentato in anteprima a Cannes, narra le fantastiche avventure di un panda cicciottello e forzuto che vuol diventare campione d'arti marziali. Per questo ha rischiato perfino di diventare protagonista di un incidente diplomatico nella realtà, con la Cina olimpica gelosa delle sue tradizioni.


sabato 30 agosto 2008

Droga nel menù a Napoli

(ANSA) - NAPOLI, 28 AGO In un ristorante del Napoletano c'era anche il menu delle droghe che i clienti potevano assumere in apposite camere al piano superiore. A Quarto, in via san Nullo, nel ristorante Il Cascinale, i CC hanno arrestato in flagranza di reato per detenzione di droga a fini di spaccio Salvatore Sebastiano, 38 anni, titolare dell'esercizio, suo padre Giulio, 64 anni, e Patrizio Merone, 32 anni, che lavorava nel locale come cuoco. I militari hanno anche trovato nelle cucine 6 grammi di cocaina.

martedì 26 agosto 2008

da yahoo cinema


La vicenda ha contorni quasi paradossali e indubbiamente fa sorridere. Sembra infatti che Brad Pitt e Angelina Jolie potrebbero ricevere un assegno mensile da 1800 euro come bonus bebè dallo stato francese. Questo bonus è destinato alle famiglie con figli piccoli ed è previsto anche dalle norme della cittadina di Brignoles, dove i due attori multimilionari si sono trasferiti dopo la gravidanza della Jolie.
I due attori vivono in un antico palazzo di 35 stanze dotato, tra le altre cose, di un immenso parco, due piattaforme per elicottero, piscina, centro fitness, un vigneto e un bosco, il tutto per la modica cifra di un milione di dollari l'anno di affitto. Oltre questo sono tra le star del cinema più pagate al mondo. Ma le legge francese parlerebbe chiaro, avrebbero comunque i parametri per ricevere l'assegno mensile, visto che in questo caso il reddito non è discriminante.

In effetti la coppia, dopo la nascita dei gemelli Knox Leon e Vivienne Marcheline, ha ben sei figli, di cui tre adottivi. Ma stando al quotidiano Telegraph Angelina e Brad non ci tengono a passare da avidi, e nel caso, risponderanno con un “no grazie” all'eventuale arrivo dell'assegno.
Per altro la vicenda sarebbe nata proprio da un'operazione effettuata da Pitt che scrupolosamente al suo arrivo in Provenza, ha registrato tutta la famiglia al Municipio di Brignoles per poter utilizzare l'assistenza medica locale in vista del parto della bella Angelina. Ma automaticamente con quest'atto ha ottenuto anche il diritto ad accedere al bunus destinato alle famiglie numerose. E a ben guardare non sono molti quelli che hanno 6 figli!

lunedì 25 agosto 2008

BUON RIENTRO DALLE VACANZE A TUTTI E UN SALUTONE SPECIALE PER CHI NON è ANDATO IN VACANZA QUEST'ANNO! IO SONO TORNATO dopo DUE SETTIMANE di vacanza A SHARM E ORA SI RICOMINCIA! A PRESTO UN ARTICOLO INTERESSANTE SU STARBUCKS, MA QUALCOSA MI DICE CHE NON VI INTERESSA xd

venerdì 8 agosto 2008

Maximulta dell'Antitrust alle banche

L'Antitrust ha inflitto una multa da quasi 10 milioni di euro a 23 banche per aver «impedito o reso troppo onerosa per i consumatori, già titolari di un mutuo, la surrogazione del mutuo stesso». Lo ha reso noto, anticipando la comunicazione ufficiale dell'Antitrust, l'associazione dei consumatori Altroconsumo. Le multe - per un totale di 9,680 milioni di euro - vanno da un massimo di 500 mila euro (a carico di Unicredit Banca, Unicredit Banca di Roma e Deutsche Bank) a un minimo di 300 mila euro di Banca Sella. Come emerge dal comunicato dell'Autorità antitrust, per il gruppo Unicredit occorre tener conto anche delle multe di 450mila e 420 mila euro a carico di Banco di Sicilia e Bipop Carire. Per Intesa SanPaolo, solo la multa per la capogruppo, di 480 mila euro.
Le multe sono commisurate alla gravità e alla durata dei comportamenti attuati da ciascun istituto di credito, ma anche alle dimensioni dell'istituto. Cinquecentomila euro è la sanzione massima che l'autorità può applicare: una puntura di zanzara per i colossi del credito che però subiscono un pesante danno di immagine.
A livello di gruppo, chi ne esce peggio è Unicredit che si è vista appioppare sanzioni per complessivi 1,87 milioni di euro. Un portavoce dell'istituto guidato da Alessandro Profumo ha spiegato che «la decisione sull'eventuale impugnazione della decisione Antitrust sarà presa dai legali nei prossimi giorni, dopo un'approfondita valutazione del provvedimento. Unicredit - ha aggiunto - ribadisce che le banche del gruppo hanno operato sempre in modo corretto».
«Pesante» il bilancio anche per il gruppo UBI Banca che si è visto multare quattro istituti del gruppo (Pop Bergamo, Banco di Brescia, Banca Regionale Europea e Pop Commercio Industria) ciascuno per 450mila euro.
A giugno un'inchiesta del settimanale del Sole 24 Ore, Plus24, aveva pubblicato i dati di una indagine del Consiglio nazionale del notariato da cui emergeva che il «trasloco» del mutuo restava un miraggio.In alcuni casi - spiega l'Autorità guidata da Antonio Catricalà - le imprese «hanno orientato il cliente a scegliere la più costosa opzione della sostituzione. In altri casi hanno fatto pagare oneri non previsti dalla legge. Alcune banche hanno adottato entrambi i comportamenti a danno del consumatore. Violato l'obbligo di diligenza professionale previsto dal Codice del Consumo, anche con informazioni incomplete e inesatte».
Le istruttorie erano state avviate il 24 aprile, il 5 e il 9 maggio 2008, alla luce di una segnalazione inviata dall'associazione Altroconsumo e di ulteriori denunce, pervenute anche tramite il Call Center dell'Autorità, di singoli consumatori, che evidenziavano la mancata applicazione, da parte di molte aziende bancarie, delle norme in materia di portabilità gratuita dei mutui. Secondo l'Autorità le banche oggetto di istruttoria, con diversi comportamenti, analizzati dettagliatamente nei singoli provvedimenti e distintamente sanzionati, in ragione del tipo e della gravità della violazione accertata, della loro durata e della dimensione delle banche, «hanno negato o comunque ostacolato la portabilità gratuita (surroga) dei mutui da parte della clientela, prevista dalla legge, venendo meno agli obblighi di diligenza professionale e fornendo informazioni incomplete o non veritiere alla clientela».
Le pratiche commerciali scorrette accertate dall'Autorità Antitrust
Sostituzione invece della surroga Per l'Autorità, Intesa Sanpaolo, Bnl, Deutsche Bank, Banca Popolare di Sondrio, la Banca Popolare di Vicenza con la controllata Banca Nuova, nonché Banca Popolare di Bergamo, Banco di Brescia, Banca Regionale Europea, Banca Popolare Commercio e Industria, appartenenti al gruppo UBI Banca, hanno proposto alla clientela, nel corso di periodi risultati diversi sulla base dei singoli accertamenti istruttori, la più costosa pratica della sostituzione. In tal modo, attraverso i passaggi necessari per la sostituzione del mutuo (estinzione del mutuo/apertura del nuovo mutuo, cancellazione ipoteca/iscrizione nuova ipoteca) le banche in questione hanno trasformato in oneroso ciò che la legge prevedeva come gratuito.
Surroga attiva ma con oneri a carico dei consumatoriIn base agli accertamenti istruttori condotti dall'Autorità, le società Monte dei Paschi di Siena, Banca Antonveneta, Banca Carige, Banca Sella,Credito Artigiano, Credem e Bipop Carire, appartenente al gruppo Unicredit, e Banca Popolare di Verona, San Geminiano e San Prospero, e la Banca Popolare di Lodi, appartenenti al gruppo Banco Popolare, hanno attivato la portabilità del mutuo, ma – a tal fine - hanno imposto, in misura differenziata, oneri ai consumatori non previsti dalla legge.
Sostituzione invece della surroga e surroga onerosa L'Autorità ha accertato che Unicredit Banca, Banco di Sicilia e Unicredit Banca di Roma, appartenenti al gruppo Unicredit, e Banca Popolare di Milano, dapprima non hanno effettuato operazioni di surroga ma unicamente di sostituzione dei mutui. Solo successivamente hanno effettuato la surrogazione attiva, ma ponendo comunque a carico della clientela, in diversa misura, oneri non consentiti.
Secondo l'Autorità le tipologie di comportamento accertate sono in contrasto con il dovere di diligenza professionale previsto dal Codice del Consumo.
Inoltre, gli istituti «hanno violato i doveri di corretta informazione previste dal Codice del Consumo, prospettando, ingannevolmente, la sostituzione del mutuo quale soluzione unica o preferibile offerta al consumatore dal mercato e dalla legge, o, nel caso della surroga onerosa, rappresentando lacunosamente o ingannevolmente alla clientela la disciplina vigente in materia».

fonte: ilsole24ore

mercoledì 6 agosto 2008

In uscita al cinema...8 Agosto 2009


Quando Charlie incontra Daphne - la ragazza dei suoi sogni - non immagina neanche lontanamente che per conquistarla, sarà costretto a misurarsi niente di meno che con il suo cane. E proprio quando sembra avere la peggio rispetto al cucciolo e tutto sembra perduto, accade l'impensabile: Charlie si affeziona talmente al cagnolino da capire di non aver mai veramente desiderato una ragazza! A questo punto, per poter continuare a uscire con il "migliore amico dell'uomo", Charlie dovrà barcamenarsi nella relazione con Daphne, oppure rischierà di perderli entrambi!

Cuil-nuovo motore di ricerca


L'estate del Web non è fatta del solo tormentone Yahoo! e delle grandi manovre in seno ai giganti dell'universo Internet ma anche di new entry che cercano spazio all'ombra dei più celebrati attori del Web. Cuil.com, nato grazie all'intuizione di Anna Patterson, una ricercatrice fuoriuscita dalla società del motore di ricerca più famoso al mondo, ne è un esempio perfetto. Come Google si presenta come search engine, con una dote di oltre 121 miliardi di pagine Web indicizzate (che ne farebbero il più grande per dimensioni) e un nome che deriva da una parola gaelica che significa "conoscenza" e la cui pronuncia fa il verso a un termine assai di moda fra i giovanissimi e non solo, e cioè l'inglese «cool».Perché cuil.com dovrebbe essere preferito a Google o ad altri motori è, dicono i portavoce della società, molto semplice: questo nuovo motore lavora con un algoritmo di ricerca che seleziona le pagine più importanti meglio degli "engine" rivali, e cioè pescandole da un maggior numero di pagine Web e in modo più rapido ed economico. Per chi ne capisce di tecnologie Internet e new media la spiegazione di tale miglioria sta nel fatto che invece dei classici sistemi di ricerca basati su "page rank" (e cioè la rilevanza data dal motore alle pagine Web in base al numero di link ricevuti) cuil.com analizza il contesto di ogni pagina e il concetto sottostante la richiesta dell'utente. Con il risultato di produrre risultati più soddisfacenti anche sotto il profilo della privacy per gli utenti e delle dimensioni dell'indice monitorato. Per essere "cool", il nuovo motore ricorre quindi alle tecniche di ricerca contestuali (più volte menzionate da Bill Gates parlando del futuro dei servizi Windows Live) e si distingue in sol colpo da tutti gli altri motori, quelli che vanno per la maggiore fra gli utenti e che risentono di precise politiche commerciali (vedi Google) e quelli che hanno puntato su tecnologie innovative (come quelli semantici o umani). I suoi artefici – e il co-fondatore e Ceo (nonché docente a Stanford) Tom Costello in modo particolare - ne sono più che convinti: Cuil.com, rispetto alla piattaforma di search di Mountain View, va oltre perchè analizza le pagine Web in profondità andando a determinare le relazioni fra le parole più importanti e le possibili categorie di riferimento a cui associarle e si concentra su queste. Non sul nome, l'indirizzo Ip e le abitudini di navigazione dell'utente. Il paragone con Google, naturale e dovuto, per il momento però non regge per tanti motivi, nonostante la potenza di fuoco di cuil.com (in termini di numero di pagine indicizzate) è a detta di Costello tre volte tanto quella del motore della casa californiana. Al di là delle perdonabili mancanze sotto il profilo della capacità di ricerca (nel confronto per numero di siti trovati per un termine noto come Apple il gap nei confronti di Google è imbarazzante) e del livello di affinamento del motore, ciò che non rende (oggi) Cuil.com un possibile rivale della grande G sono i servizi a corredo. Che da una parte abbondano (vedi la toolbar, il desktop search, le maps e via dicendo) e dall'altra sono un'idea ancora tutta da perfezionare e realizzare. Google che fra i motori di ricerca ha portato la propria market share negli Usa a poco meno del 70%, contro il 20% di Yahoo! e il 6% di Microsoft ha inoltre dalla sua il favore di essere un punto fermo nelle abitudini degli internauti di tutto il pianeta, una sorta di lingua franca del Web 2.0 su scala globale. Cuil.com, osservano alcuni analisti in tal senso, potrebbe però sfruttare i punti deboli di Google per portare dalla sua quegli utenti che trovano il motore di Mountain View incapace di soddisfarli dal punto di vista qualitativo della ricerca su Internet. Scalfire l'egemonia di Google è un compito arduo e di certo non immediato (chiedere a Microsoft per averne conferma) e non va dimenticato neppure che quando a spopolare fra i Web search erano Altavista e Yahoo!, la grande G era praticamente un'emerita sconosciuta.

Io l'ho già provato e non mi convince, senz'altro in futuro sarà migliorato e potrà veramente spiazzare Google..

lunedì 4 agosto 2008

Trading-dipendenza


«La notte facevo fatica ad addormentarmi. Aspettavo solo che facesse mattino per collegarmi e fare i primi ordini. Durante il lavoro poi, appena potevo, tornavo a casa a controllare l'andamento delle azioni. Compravo, vendevo, speculavo. Arrivavo a muovere più di diecimila euro al giorno. Qualche volta andava bene, qualche altra meno. Ma alla fine mi sono trovato senza più un soldo». La storia che Fabio (nome di fantasia) ci ha raccontato, è quella di una passione sfociata in dipendenza. Un pallino, quello del trading online, diventato schiavitù simile all'alcolismo o alla droga, anche se forse il paragone più azzeccato è con il gioco d'azzardo. Fabio ha puntato i suoi soldi su azioni e strumenti finanziari complessi al "tavolo verde" della Borsa Italiana.
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Fabio è stato malato di "gioco in Borsa compulsivo", un disturbo mentale della famiglia degli "internet addiction disorder". Come la dipendenza da chat, da pornografia online o dai videogiochi. Il trader compulsivo agisce proprio come un giocatore d'azzardo. Si fa guidare dall'istinto più che dalle competenze e dalla ragione, non sa mai quando fermarsi, non riconosce i propri limiti. «È molto difficile individuare un problema di dipendenza da trading - spiega Paolo Cavedini psichiatra del San Raffaele di Milano, specializzato in dipendenza da gioco d'azzardo - chi passa la giornata davanti al videopoker è evidentemente malato. Chiunque lo riconosce. Per chi fa trading è diverso. Fare investimenti in azioni o obbligazioni è un'attività socialmente accettata. Per cui, chi ha delle grosse perdite, non è necessariamente una persona con dei problemi psichiatrici. Nella maggior parte dei casi è uno che ha fatto un investimento sbagliato».
Non sono cause specifiche a scatenare la compulsività. Nella maggior parte dei casi è la combinazione di diversi fattori. C'è la predisposizione fisiologica ad esempio. «Alcune persone - spiega Paolo Cavedini - hanno una maggior percezione del livello di rischio a cui vanno incontro e riescono a rimanere freddi e prendere decisioni giuste anche in condizioni di stress. Altri invece si fanno prendere più facilmente dall'emotività. Questi ultimi sono i soggetti più a rischio». Ci sono poi fattori esterni. Ad esempio un crollo inaspettato dei listini che manda in fumo un investimento. Per Fabio, l'inizio della fine ha coinciso con il crack della Parmalat del 2003. «Me lo ricordo bene – racconta – da un giorno all'altro persi quasi 30mila euro. E pensare che la settimana precedente ne avevo guadagnati mille». La batosta è pesante e Fabio cerca di farvi fronte come può, ma a un certo punto la situazione gli sfugge di mano. «Ero ossessionato dal recuperare quei soldi – racconta – è così iniziai a fare investimenti sempre più rischiosi. Puntai sui covered warrant (strumenti finanziari molto complessi, solitamente appannaggio di esperti e trader professionisti, ndr). Ogni giorno compravo e vendevo, compravo e vendevo. Mettendoci sempre più soldi. Senza accorgermene, diventai dipendente».
Fabio cerca in tutti i modi di nascondere la realtà ai suoi familiari. Ma sua moglie si rende conto che qualcosa non va. Inizia a chiedere aiuto. A psichiatri, psicologi e anche al SerT (il Servizio tossicodipendenze che aiuta anche i malati di gioco d'azzardo). Ma, nel migliore dei casi, si sente rispondere: «Signora, suo marito sta benissimo, ha solo fatto degli investimenti sbagliati». Qualcuno addirittura le consiglia di divorziare. Intanto però la situazione finanziaria della famiglia precipita. È il mese di marzo del 2007, quando Fabio tocca il fondo. Un ribasso del titolo Tenaris e il suo conto in banca si svuota: in pochi anni ha dilapidato 150 mila euro. «Fu allora che confessai tutto a mia moglie, che fino ad ora non sapeva quanto avevo investito. D'accordo con lei decisi di intestarle quanto restava dei miei risparmi, e affidarle la gestione del conto corrente». Ma a quel punto Fabio, per reazione all'astinenza da Borsa, cade in depressione. Appena recupera dei contanti li va a giocare al videopoker o al gratta e vinci. Nel mese di ottobre, si ricovera al San Raffaele di Milano. Una scelta obbligata, considerata la gravità del suo problema. «Per quindici giorni, io e mio figlio ci davamo i turni per sorvegliarlo - racconta la moglie - perché in ogni momento c'era il rischio che fuggisse e andasse al bar a giocare al gratta e vinci». Dopo il ricovero, Fabio inizia un ciclo di sedute di psicoterapia con cadenza settimanale e ora mensile. Oggi sta cercando faticosamente di ricostruirsi una vita.
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Chi è il trader compulsivo? Non è possibile stilare un profilo del giocatore in Borsa patologico. Non ci sono dati o statistiche. Ma dalle testimonianze che abbiamo raccolto è emerso che questo disturbo interessa sia dilettanti del trading, come Fabio, che di lavoro fa il commesso, che professionisti della finanza. La storia che ci ha raccontato Daniela Capitanucci, psicologa che lavora per un'associazione specializzata nelle cosiddette "nuove dipendenze", ne è la riprova. «Ho avuto in cura un consulente finanziario, impiegato in una banca – racconta - tra la fine degli anni 90 e il 2000 iniziò ad avere i primi problemi. Faceva investimenti molto rischiosi, sia sul suo conto, che sui portafogli che aveva in gestione. A un certo punto però, ebbe una grossa perdita sul conto di un suo cliente. Da quel momento entrò in una spirale pericolosa, spinto dalla necessità di recuperare il capitale perduto. Iniziò a sottrarre fondi dai conti dei clienti, per acquistare e rivendere titoli. Ad un certo punto però la banca si accorse delle irregolarità, scoprendo un buco per oltre 200 milioni di lire. L'istituto decise di non fargli causa per evitare che la notizia uscisse generando uno scandalo. Ci fu un accordo: la banca non lo avrebbe querelato in cambio del suo silenzio. L'unico risarcimento fu la trattenuta della sua liquidazione. Un'ottima soluzione per lui, che avrebbe rischiato il carcere in caso di condanna». La conferma di come la dipendenza da trading sia un problema da cui non sono immuni gli addetti ai lavori arriva anche da Dario Angelini, psicologo terapeuta del Laboratorio Famiglia di Roma. «Tra i miei pazienti ho avuto studenti di economia e commercio e professionisti - fa sapere – persone estremamente competenti che, proprio per la loro conoscenza approfondita del funzionamento dei mercati si sentivano troppo sicuri di se e hanno finito per rovinarsi». Non è raro poi che professionisti della finanza si rivolgano a specialisti anche quando il problema non ha raggiunto un livello di gravità tale da essere considerato patologico. «Ho avuto in cura un consulente finanziario e un trader professionista che lavora in una società di broker» dice Paolo Cavedini. «Hanno chiesto il mio aiuto perché, nonostante un altissimo livello di competenza nel loro lavoro, non riuscivano ad essere lucidi ed efficienti come volevano. Abbiamo fatto sedute di psicologia comportamentale. Successivamente gli ho insegnato delle tecniche di rilassamento per aiutarli a gestire meglio il momento della decisione».

venerdì 1 agosto 2008

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